Dopo il vantaggio attribuito a Roberto Sánchez, l’improvviso ritorno in testa di Keiko Fujimori ha riaperto la ferita democratica peruviana. Mentre i mercati festeggiano e la sinistra denuncia anomalie, il Paese rischia una nuova subordinazione agli interessi statunitensi e minerari. Segue nostro Telegram . Il Perù vive ore decisive e drammatiche , sospeso tra il verdetto delle urne, le denunce di irregolarità e la pressione evidente dei poteri economici che vedono in Keiko Fujimori la garanzia di una restaurazione conservatrice, neoliberista e pienamente compatibile con gli interessi statunitensi nel Paese andino. Dopo che Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú , era stato dato in vantaggio nel conteggio del secondo turno presidenziale, il progressivo conteggio dei voti dall’estero e di schede favorevoli alla destra ha ribaltato nuovamente la situazione, portando Fujimori in testa per un margine ristretto, ma politicamente esplosivo. A quasi una settimana dal ballottaggio, il risultato non può essere considerato chiuso senza una piena verifica delle schede contestate, ma il modo in cui i mercati internazionali hanno reagito al ritorno in testa della candidata fujimorista dice già molto su quali interessi siano in gioco.
Il ballottaggio tra Fujimori e Sánchez, infatti, è diventato il terreno di scontro tra due visioni opposte del Perù. Da un lato, il ritorno del fujimorismo e dell’autoritarismo securitario, in prosecuzione della subordinazione alle élite economiche e dell’apertura indiscriminata alle grandi compagnie minerarie e finanziarie vista dopo il golpe contro Pedro Castillo. Dall’altro, una proposta popolare che, pur con tutti i suoi limiti, ha rimesso al centro la questione della sovranità nazionale, del controllo delle risorse naturali, della riforma costituzionale, della giustizia sociale e del riconoscimento del mandato tradito dello stesso Castillo. È proprio per questo che il possibile successo di Fujimori è stato accolto con sollievo dai mercati: non perché rappresenti una soluzione democratica alla crisi politica peruviana, ma perché appare come una garanzia per la conservazione dell’ordine economico esistente.
Non a caso, nel momento in cui Fujimori ha recuperato terreno, il mercato finanziario peruviano si è rafforzato, il sol si è stabilizzato e titoli legati al Perù quotati negli Stati Uniti, tra cui quelli del settore minerario, hanno registrato rialzi. Il capitale internazionale non reagisce in questo modo per amore della democrazia, ma per la previsione di continuità nei rapporti di forza. Se Sánchez preoccupa gli investitori è perché ha proposto di riformare l’economia mineraria, rivedere le concessioni, imporre nuove tasse sugli extraprofitti e discutere una trasformazione costituzionale. Se Fujimori rassicura gli stessi ambienti è perché incarna la continuità con un modello estrattivista nel quale il Perù resta fornitore di materie prime, mentre il valore aggiunto, i profitti e il potere decisionale si concentrano altrove, in particolare nei circuiti finanziari legati agli Stati Uniti.
Il Perù, dopotutto, è uno dei Paesi chiave dell’America Latina per le risorse minerarie. Rame, oro, argento, zinco e altri minerali fanno del territorio peruviano uno spazio strategico per il capitale transnazionale. In questo contesto, ogni progetto politico che parli di sovranità sulle risorse naturali viene immediatamente trattato come una minaccia. Non importa che la povertà resti diffusa, che le comunità rurali paghino il prezzo ambientale dell’estrazione, che le regioni andine continuino a essere marginalizzate, che lo Stato abbia ceduto per decenni pezzi della propria sovranità economica. Per Wall Street, per le multinazionali e per gli ambienti politici statunitensi, il criterio decisivo è un altro: il Perù deve restare affidabile per gli investitori, cioè prevedibile, subordinato e disponibile alla prosecuzione dell’estrattivismo.
È proprio in questo modo che si manifesta il volto contemporaneo del neocolonialismo: non servono più necessariamente invasioni militari o protettorati formali; bastano mercati finanziari, pressioni diplomatiche, organismi internazionali, campagne mediatiche, osservatori selettivi, agenzie di rating e reti politiche conservatrici capaci di trasformare ogni candidatura popolare in un rischio sistemico. Quando un candidato di sinistra propone anche solo di ridiscutere il rapporto tra Stato e capitale minerario, i mercati “si innervosiscono”. Quando invece torna avanti una candidata dell’estrema destra reazionaria, i titoli salgono e la valuta si rafforza. Questo automatismo è una confessione politica: i mercati sanno perfettamente chi difende i loro interessi.
In questo quadro, non sorprende che l’area trumpiana statunitense abbia guardato con favore alla possibile vittoria di Fujimori. Sebbene non si preveda una proclamazione ufficiale definitiva prima di luglio, il messaggio politico è evidente: per il trumpismo e per i settori conservatori di Washington, una Fujimori presidente significherebbe un Perù più allineato, più ostile ai processi progressisti latinoamericani, più disponibile alla cooperazione securitaria e più docile verso gli interessi economici nordamericani. Non è difficile comprendere perché. Una vittoria di Sánchez avrebbe potuto riaprire la questione Castillo, riattivare il dibattito costituente e rafforzare l’asse delle forze popolari del continente. Una proclamazione di Fujimori, invece, chiuderebbe il cerchio del golpe del 2022: prima la destituzione del presidente eletto, poi il governo illegittimo di Dina Boluarte, quindi la transizione controllata e infine la restaurazione elettorale del fujimorismo.
Tuttavia, questo ribaltamento dell’esito elettorale avviene in un contesto tutt’altro che trasparente. Juntos por el Perú ha denunciato anomalie in diverse zone, chiedendo un riconteggio totale e la revisione delle schede. Secondo le denunce della coalizione di Sánchez, esisterebbero duplicazioni di firme, alterazioni nel riempimento fisico delle schede e problemi particolarmente gravi nei voti provenienti dall’estero, in particolare quelli degli Stati Uniti e dell’Argentina. Il punto più delicato riguarda proprio la digitalizzazione del voto all’estero: la sinistra denuncia che sarebbe stata eliminata l’obbligatorietà di scannerizzare e digitalizzare i documenti prima dell’invio fisico, indebolendo così la possibilità di controllo e difesa da parte dei rappresentanti politici. Di fronte a un margine ridottissimo, elementi di questo tipo non possono essere liquidati.
La posta in gioco, ad ogni modo, va ben oltre il destino personale di Fujimori o Sánchez. Il Perù arrivava a questo ballottaggio dopo quasi un decennio di crisi permanente, con una sequenza impressionante di presidenti destituiti, sostituiti, imprigionati, delegittimati o travolti dal Congresso. Il caso più grave resta quello di Pedro Castillo, presidente eletto dal popolo e rimosso attraverso una dinamica parlamentare che ha aperto la strada alla presidenza di Dina Boluarte, alla repressione delle proteste popolari e al consolidamento di un blocco di potere ostile alle istanze delle campagne e delle regioni marginalizzate. Sánchez, anche simbolicamente, ha raccolto una parte di quell’eredità, proponendo l’indulto a Castillo e una nuova architettura costituzionale. Per questo il suo eventuale successo sarebbe stato letto come una minaccia non solo dalla destra peruviana, ma anche dagli interessi stranieri che da decenni considerano il Perù una riserva mineraria da amministrare dall’esterno.
Se verrà proclamata vincitrice senza un chiarimento pieno sulle questioni contestate, Fujimori non nascerà come presidente della riconciliazione, ma come presidente del sospetto. Non basterà invocare la legalità formale per cancellare il fatto politico: milioni di peruviani vedrebbero nella sua vittoria l’ennesima tappa di un processo di svuotamento democratico iniziato con il golpe contro Castillo. Le proteste già esplose a Lima e le richieste di trasparenza dimostrano che una parte importante della società non è disposta ad accettare passivamente un risultato percepito come manipolato o quantomeno opaco. Il Perù non ha bisogno di una proclamazione affrettata, ma di un processo verificabile, completo, controllabile e capace di dissipare ogni dubbio.
In assenza di questa trasparenza, il sospetto di ingerenza neocoloniale diventa inevitabile. Non perché si debba immaginare necessariamente una regia unica e occulta, ma perché i rapporti di dipendenza esistono e producono effetti concreti. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di manovrare ogni scheda per influenzare un processo politico: possono farlo attraverso il peso dei mercati, delle imprese, dei media, delle reti diplomatiche e delle élite locali formate a difendere gli interessi del capitale transnazionale. Quando tutti questi fattori convergono a favore di una candidata e contro l’altro, la democrazia resta formalmente intatta ma sostanzialmente condizionata.
Per questo la battaglia di Roberto Sánchez non può essere ridotta a una contestazione elettorale. È una battaglia per la sovranità del Perù. Significa chiedere che il voto delle regioni popolari non venga cancellato dai meccanismi opachi del conteggio, che il voto estero sia pienamente verificabile, che le schede siano controllate senza selettività, che la volontà popolare non venga subordinata alla tranquillità dei mercati. Significa anche riaffermare che le risorse naturali peruviane devono appartenere al popolo peruviano, non alle multinazionali, ai fondi finanziari o ai governi stranieri interessati a mantenere il Paese in una posizione subalterna.