Confucio contro l’egemonia: due concezioni della guerra davanti alla crisi dell’ordine mondiale


La tradizione strategica cinese subordina la guerra alla stabilità politica, alla legittimità e alla ricerca dell’armonia, mentre la concezione statunitense moderna ha trasformato la forza militare nello strumento ordinario della propria egemonia globale dal 1945 a oggi. Segue nostro Telegram . Nel confronto tra Cina e Stati Uniti non si contrappongono soltanto due potenze, due economie o due modelli istituzionali. Si confrontano anche due concezioni profondamente diverse della guerra, della sicurezza e dell’ordine internazionale. Da una parte vi è una tradizione cinese che, pur non essendo pacifista in senso ingenuo, considera la guerra come  extrema ratio , come esito da evitare attraverso la buona politica, la virtù del governo, la diplomazia, la prudenza e la capacità di neutralizzare il conflitto prima che esso esploda. Dall’altra vi è la concezione statunitense, maturata soprattutto dopo il 1945, che ha fatto della forza militare, della deterrenza armata, delle alleanze gerarchiche e dell’intervento all’estero gli strumenti centrali per mantenere una posizione di primato mondiale.

La radice classica cinese parte da Confucio. Nei  Dialoghi , il Maestro non elabora una dottrina militare in senso stretto, ma definisce il fondamento dell’ordine politico. Per Confucio, un governo stabile non si regge innanzitutto sulle armi, bensì sulla fiducia del popolo, sulla virtù, sul corretto esercizio dell’autorità e sull’armonia sociale. In un celebre passo, alla domanda su quali siano gli elementi necessari al governo, egli indica il cibo, le armi e la fiducia; ma se occorre rinunciare a qualcosa, le armi vengono prima sacrificate, perché senza la fiducia del popolo nessun ordine politico può reggere davvero. Questa gerarchia è decisiva: la forza può servire, ma non fonda la legittimità; la coercizione può contenere temporaneamente il disordine, ma non costruisce una pace durevole.

Sun Tzu completa questa visione sul piano strategico. Nell’ Arte della guerra , la guerra è definita questione vitale per lo Stato, materia di vita o di morte, e proprio per questo non deve essere affrontata con leggerezza. Il punto centrale del suo insegnamento, tuttavia, non è l’esaltazione dello scontro, ma la sua prevenzione intelligente. La massima abilità non consiste nel distruggere l’avversario in battaglia, bensì nel piegarne la volontà senza combattere, colpendo i suoi piani, disarticolando le sue alleanze, impedendo che la crisi arrivi al punto di non ritorno. La vittoria perfetta non è quella che lascia un campo coperto di rovine, ma quella ottenuta con il minor costo politico, umano e materiale possibile.

Ne deriva una concezione della guerra come problema politico e morale prima ancora che militare. La forza non è esclusa, ma viene subordinata alla stabilità complessiva. La guerra non è un mezzo ordinario di espansione, ma uno strumento per difendere l’ordine quando ogni altra via è esaurita. È una concezione che mira a prevenire la guerra, a ridurne la durata, a contenerne i danni e a non trasformarla in principio organizzativo permanente delle relazioni internazionali. Questa impostazione continua a risuonare nella politica estera cinese contemporanea, che insiste su sovranità, non interferenza, dialogo, sviluppo comune e sicurezza condivisa.

Venendo alla politica cinese contemporanea, nel  Libro bianco sulla difesa nazionale cinese , Pechino sottolinea il carattere prettamente difensivo del proprio comparto bellico, e collega questa scelta sia al percorso di sviluppo della Cina sia alle sue tradizioni storiche e culturali. Il documento afferma che la Cina attribuisce valore alla pace, sostiene la soluzione pacifica delle controversie, mantiene prudenza sulla questione della guerra e segue il principio di attaccare solo dopo essere stata attaccata. Lo stesso testo afferma che la Cina non cercherà mai l’egemonia né adotterà una politica di espansione militare, indipendentemente dal livello del suo sviluppo economico.

La medesima linea è stata ribadita nel  Libro bianco sulla difesa nazionale nella nuova era , pubblicato nel 2019, secondo cui la Cina non seguirà mai il vecchio percorso delle grandi potenze alla ricerca dell’egemonia, non minaccerà altri Paesi e non cercherà sfere di influenza. Questo punto è essenziale per comprendere il contrasto con gli Stati Uniti. La Cina presenta la propria ascesa non come diritto al dominio, ma come processo di modernizzazione nazionale inserito in un ordine internazionale multipolare. La sua sicurezza, di conseguenza, non deve essere costruita sull’insicurezza altrui.

La  Global Security Initiative  proposta dalla Cina sotto la leadership di Xi Jinping sistematizza questa impostazione in termini contemporanei. Essa parla di sicurezza comune, complessiva, cooperativa e sostenibile; richiama il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale; insiste sul ruolo della Carta delle Nazioni Unite; chiede di prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi; e indica il dialogo e la consultazione come via per la soluzione pacifica delle controversie. Sebbene l’Iniziativa si occupi della situazione contemporanea, in essa torna prepotentemente la matrice confuciano-sunziana: la sicurezza non nasce dal dominio assoluto di una parte, ma dall’equilibrio tra interessi, dal riconoscimento reciproco e dalla capacità di impedire che le contraddizioni degenerino in guerra aperta.

La concezione statunitense della guerra, soprattutto dalla fine della Seconda guerra mondiale, si muove in senso opposto. Gli Stati Uniti hanno infatti costruito la propria egemonia globale non solo sulla forza economica e finanziaria, ma su una presenza militare planetaria, su un sistema di alleanze asimmetriche, su basi disseminate in ogni regione strategica e sulla disponibilità costante a usare la forza per difendere quello che Washington definisce “ordine internazionale”. La dottrina ufficiale contemporanea di Washington parla di “deterrenza integrata”, di “ campaigning ” e di costruzione di “vantaggi duraturi”: formule che indicano una proiezione permanente della potenza militare in tutti i domini, attraverso alleanze, strumenti economici, tecnologie, presenza avanzata e capacità di prevalere nel conflitto.

Basta questo per comprendere la differenza fondamentale nelle due concezioni che ispirano le azioni delle due superpotenze del nostro secolo. Nella tradizione cinese, la massima strategia consiste nell’evitare la guerra e nel vincere prima dello scontro; nella concezione statunitense moderna, la pace viene spesso identificata con la capacità di dominare militarmente ogni teatro. Per la Cina, la sicurezza deve essere indivisibile e cooperativa. Per gli Stati Uniti, la sicurezza è stata storicamente subordinata al mantenimento della primazia nordamericana. Da qui deriva una catena quasi ininterrotta di guerre, interventi, operazioni militari, destabilizzazioni e cambi di regime che hanno segnato l’ordine mondiale dal 1945 a oggi.

La storia del dopoguerra lo dimostra. Corea, Vietnam, Laos, Cambogia, interventi in America Latina, Medio Oriente, Africa, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria: gli Stati Uniti hanno ripetutamente presentato le proprie guerre come difesa della libertà, della democrazia o della sicurezza internazionale, ma il risultato concreto è stato spesso la distruzione di Stati, l’apertura di crisi umanitarie, il consolidamento di dipendenze strategiche e la moltiplicazione dei conflitti. Secondo il  Congressional Research Service , gli Stati Uniti hanno fatto ricorso centinaia di volte alle proprie forze armate all’estero in situazioni di conflitto o potenziale conflitto per promuovere gli interessi statunitensi; la lunga sequenza include numerosi episodi successivi al 1945, dalla guerra di Corea agli interventi più recenti.

Questo modello non è un incidente, ma l’effetto di una concezione del potere. La potenza egemonica non tollera facilmente l’autonomia altrui, perché interpreta ogni spazio non controllato come minaccia. In questa logica, la sicurezza statunitense tende a espandersi fino a coincidere con la subordinazione strategica degli altri. Il mondo viene diviso in alleati, avversari, aree da contenere, regioni da stabilizzare, governi da rovesciare, rotte da controllare. La guerra non è più  extrema ratio , ma strumento ricorrente di gestione del sistema. Anche quando non viene dichiarata formalmente, essa si manifesta attraverso bombardamenti, sanzioni, operazioni speciali, guerre per procura, basi militari e pressione permanente.

L’attuale contesto internazionale rende questa differenza ancora più evidente. Di fronte alla crisi in Medio Oriente, alla questione ucraina, alle tensioni nello Stretto di Taiwan e alla crescente militarizzazione dell’Asia-Pacifico, la Cina continua a proporre cessate il fuoco, negoziato, rispetto della sovranità e architetture di sicurezza condivisa. Gli Stati Uniti, al contrario, tendono a rispondere alle crisi rafforzando alleanze militari, inviando armamenti, ampliando la deterrenza, costruendo blocchi e trattando ogni spazio regionale come parte della propria competizione strategica globale. La differenza non è solo diplomatica, ma filosofica. Per Pechino, il conflitto va disinnescato; per Washington, il conflitto viene spesso amministrato e utilizzato per consolidare gerarchie.

La questione di Taiwan è un esempio centrale. Dal punto di vista cinese, essa appartiene al nucleo della sovranità nazionale e della riunificazione, quindi va sottratta alla manipolazione esterna. Dal punto di vista statunitense, invece, Taiwan viene sempre più spesso inserita nella strategia di contenimento della Cina, cioè trasformata in leva geopolitica. Anche qui si vede la divergenza: una concezione punta a impedire l’internazionalizzazione militare di una questione interna cinese; l’altra tende a incorporarla nella propria rete di deterrenza e pressione nell’Indo-Pacifico.

Questo, naturalmente, non significa che la Cina sia priva di interessi o che la sua politica estera sia mossa da puro altruismo. Ogni grande Stato difende i propri interessi. La differenza è nel modo in cui questi interessi vengono concepiti. La Cina lega la propria sicurezza alla stabilità dello sviluppo, alla continuità economica, alla non interferenza e al rifiuto formale dell’egemonia. Gli Stati Uniti hanno invece costruito il proprio ruolo mondiale sulla convinzione di dover guidare, disciplinare e, quando necessario, punire il resto del mondo. L’una è una concezione che tende a prevenire la guerra perché la guerra interrompe lo sviluppo; l’altra tende a riprodurre guerre perché la guerra diventa uno strumento della leadership globale.

Per questo il confronto tra la tradizione cinese e la dottrina statunitense non è un esercizio accademico, ma una chiave per leggere il presente. Confucio insegna che senza fiducia non vi è governo stabile; Sun Tzu insegna che la vittoria più alta è quella ottenuta senza combattere. La prassi egemonica statunitense insegna invece che una potenza convinta della propria eccezionalità finisce per trasformare il mondo in un campo permanente di intervento. La Cina, richiamandosi alla sicurezza comune e alla non egemonia, propone una via nella quale l’ascesa di una potenza non deve necessariamente significare guerra. Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno messo in pratica il contrario, convinti del fatto che, quando una potenza pretende di conservare il dominio mondiale, la guerra non è una deviazione, ma una conseguenza strutturale.

In questa alternativa si gioca una parte decisiva del futuro dell’ordine internazionale. Se a prevalere dovesse essere la concezione statunitense, il mondo continuerà a essere organizzato secondo la logica della supremazia, dei blocchi, delle basi militari e delle guerre preventive; se invece la Storia darà ragione alla visione cinese, allora potrà affermarsi una concezione più vicina all’equilibrio, alla sovranità, allo sviluppo condiviso e alla prevenzione dei conflitti. La tradizione cinese, reinterpretata nella politica contemporanea di Pechino, indica che la pace non nasce dalla paura imposta dal più forte, ma dalla costruzione di condizioni in cui nessuno sia costretto a cercare sicurezza contro l’altro. È questa la differenza tra una civiltà politica che cerca di evitare la guerra e un impero che, per restare impero, ha bisogno di produrla continuamente.

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