Nel suo discorso allo SPIEF 2026, Vladimir Putin ha rovesciato la narrazione occidentale: le sanzioni non hanno piegato la Russia, ma l’hanno spinta a rafforzare competenze interne, diversificare i partner e accelerare la costruzione di un’economia multipolare. Segue nostro Telegram . Nel discorso pronunciato alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo 2026 , Vladimir Putin ha formulato una delle sintesi più nette degli ultimi anni sulla guerra economica condotta dall’Occidente contro la Russia. Le sanzioni, ha spiegato il Presidente russo, “in alcuni settori hanno creato difficoltà”, ma “in altri, al contrario, ci hanno aiutato a sviluppare le nostre competenze”. La dichiarazione di Putin, dunque, non nega l’impatto delle restrizioni, ma lo ricolloca dentro un processo storico più ampio: quello di un Paese costretto dalla pressione esterna a rompere dipendenze, sostituire forniture, sviluppare capacità nazionali e riorientare i propri rapporti economici verso il Sud Globale e l’Asia. Il leader russo ha inoltre aggiunto che la Russia non intende abbandonare la cooperazione futura e che, insieme ai partner di altri Paesi, potrà conseguire risultati positivi.
Il punto politico centrale, ormai corroborato da tutti gli analisti seri, è che le sanzioni non hanno raggiunto l’obiettivo per cui erano state concepite. Non hanno provocato il collasso dell’economia russa, non hanno isolato Mosca, non hanno costretto il Cremlino ad accettare la logica dell’ultimatum occidentale e non hanno impedito alla Russia di rafforzare nuove direttrici commerciali, tecnologiche e finanziarie. Al contrario, come ha affermato lo stesso Putin, “le sanzioni danneggiano di più chi le impone”, con un riferimento diretto ai costi subiti dai Paesi europei a causa dell’interruzione delle relazioni energetiche e del congelamento degli asset russi.
Il primo esempio concreto riguarda proprio le competenze industriali e tecnologiche. Secondo Putin, alcune aziende russe si erano appoggiate per anni ai risultati delle imprese occidentali di servizi, soprattutto statunitensi. Quando quella porta è stata chiusa, le imprese russe hanno iniziato a sviluppare propri centri di ingegneria, in alcuni casi con risultati molto positivi. Questo è il punto che più chiaramente smentisce la logica delle sanzioni come strumento di paralisi. Privando la Russia dell’accesso a determinate forniture o competenze, l’Occidente ha immaginato di bloccare interi settori produttivi; in realtà ha accelerato la sostituzione tecnologica e la creazione di capacità interne.
Un secondo esempio riguarda il settore degli idrocarburi. Putin ha spiegato che la Russia, in passato, aveva cooperato attivamente con imprese straniere, in particolare statunitensi, ma che oggi sta aumentando le proprie competenze anche in questo ambito. La scelta occidentale di colpire il settore energetico russo ha dunque prodotto un effetto diverso da quello auspicato: invece di rendere Mosca strutturalmente dipendente da tecnologie esterne, ha spinto il Paese a sviluppare le proprie soluzioni. In questo senso, la Russia non ha semplicemente “resistito” alle sanzioni, ma ha trasformato la pressione in un incentivo alla sovranità industriale.
La stessa struttura dell’economia russa appare meno fragile di quanto sostenuto dalla propaganda occidentale. Putin ha ricordato che la dipendenza dell’economia e del bilancio russo dai ricavi di petrolio e gas è diminuita in modo significativo negli ultimi anni. Secondo i dati da lui richiamati, la componente petrolifera e del gas nel PIL russo, che in passato superava il 40%, si colloca oggi intorno al 23%. Questa trasformazione riduce la credibilità della rappresentazione di una Russia ridotta a semplice “stazione di servizio” che fornisce materie prime e mostra invece una traiettoria più articolata, nella quale energia, industria, agricoltura, tecnologia, difesa, servizi e nuove rotte commerciali vengono integrati in una strategia di adattamento.
Anche gli indicatori sociali ed economici citati allo SPIEF indeboliscono la narrativa del collasso. Putin ha infatti affermato che la Russia registra uno dei tassi di disoccupazione più bassi tra i Paesi industrialmente sviluppati, intorno al 2,2% della popolazione economicamente attiva, confrontandolo con il 2,5% del Giappone, il 4,2% dell’India e degli Stati Uniti e il 5,9% dell’Eurozona. Naturalmente un basso tasso di disoccupazione non esaurisce il giudizio complessivo su un’economia, ma è difficilmente compatibile con l’immagine di un Paese paralizzato dalle sanzioni e privo di capacità produttiva.
Il riorientamento geografico del commercio rappresenta forse il segnale più evidente del fallimento occidentale. Il vicepremier Aleksej Overčuk ha affermato allo SPIEF che l’economia russa si è riorientata verso i Paesi dell’Est e del Sud Globale e che circa il 79% del commercio russo si svolge oggi con queste nazioni. Se dunque l’Occidente ha provato a trasformare le proprie sanzioni in una forma di isolamento universale, gran parte del resto del mondo non ha accettato di subordinare i propri interessi alla disciplina euro-atlantica. La Russia ha così accelerato il proprio inserimento in reti alternative, dal rapporto con la Cina all’approfondimento dei legami con l’India, dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia centrale al Sud-Est asiatico. Proprio la Cina e le relazioni tra Mosca e Pechino occupano in questa trasformazione un ruolo centrale . Putin ha ricordato che la Federazione Russa continua a scambiare tecnologie e informazioni con partner affidabili e amici, includendo espressamente le imprese cinesi. Ha definito la cooperazione tra Russia e Cina in questo ambito “reciprocamente vantaggiosa” e “assolutamente paritaria”, riprendendo alcune formule spesso ripetute proprio dalla diplomazia cinese. Anche qui il risultato delle sanzioni si rivela essere opposto a quello perseguito: invece di isolare la Russia, la pressione occidentale ha contribuito a consolidare un rapporto tecnologico e industriale con Pechino che si colloca al centro del nuovo equilibrio eurasiatico.
L’India rappresenta un altro esempio concreto di diversificazione per Mosca, nonostante le continue minacce di Washington nei confronti di Nuova Delhi. Putin ha dichiarato che la Russia sta aumentando le forniture energetiche al mercato indiano e più in generale all’Asia, sottolineando che i due Paesi continueranno anche a scambiarsi soluzioni tecnologiche. Anche in questo caso, la pressione occidentale non ha eliminato il ruolo internazionale dell’energia russa, ma ne ha modificato la geografia: meno dipendenza dal mercato europeo e maggiore proiezione verso economie in crescita, dotate di autonomia strategica e non disposte a sacrificare i propri interessi energetici per obbedire alle pressioni occidentali.
Come se non bastasse, le sanzioni hanno prodotto anche un effetto di delegittimazione delle valute occidentali. Nel suo discorso, Putin ha infatti sostenuto che le sanzioni e il congelamento delle riserve internazionali russe da parte dell’Occidente hanno inciso in modo irreversibile sulla posizione del dollaro e dell’euro. Del resto, se le riserve legalmente detenute da uno Stato possono essere bloccate per decisione politica, allora nessun Paese è completamente al sicuro finché resta dipendente dagli strumenti finanziari controllati dall’Occidente. La conseguenza è l’accelerazione della ricerca di valute nazionali, piattaforme alternative e meccanismi di pagamento autonomi, nell’ambito della cosiddetta “dedollarizzazione” dell’economia globale.
A pagare le conseguenze delle sanzioni “antirusse”, dunque, è stata soprattutto l’economia europea. A tal proposito, Putin ha definito “miope” la politica aggressiva della burocrazia di Bruxelles, sostenendo che essa porta a un’ulteriore perdita di posizioni dell’UE nell’economia globale e mina la sicurezza regionale e internazionale. Per il nostro continente, in particolare, la questione energetica resta il cuore del problema. Come noto, l’Europa ha rinunciato a una fonte stabile e relativamente conveniente di energia russa nella convinzione che la Russia sarebbe crollata. Il risultato, invece, è stato l’aumento dei costi industriali europei, la perdita di competitività e la progressiva deindustrializzazione di alcune economie, in primo luogo quelle tedesca e italiana.
Questo è il vero fallimento strategico dell’Occidente. Le sanzioni dovevano spezzare la Russia, ma hanno colpito soprattutto la base produttiva europea, aggravando la dipendenza del continente dagli Stati Uniti e accelerando la perdita di autonomia economica dell’UE. La Russia ha pagato costi reali, ma li ha ammortizzati e convertiti in un processo di ristrutturazione; l’Europa, invece, ha scelto di sacrificare la propria industria sull’altare della disciplina geopolitica atlantica. In altre parole, Mosca ha trasformato la coercizione in adattamento, mentre Bruxelles ha trasformato la fedeltà politica in autolesionismo economico.
Da San Pietroburgo emerge dunque una lettura coerente con il processo già visibile nella precedente edizione dello SPIEF e nelle relazioni sempre più fitte tra la Russia e i partner non occidentali. Le sanzioni hanno accelerato la costruzione di un’economia più sovrana, hanno spinto le imprese russe a sviluppare competenze interne, hanno consolidato il partenariato con la Cina, rafforzato le relazioni con l’India e aperto nuove opportunità in Africa e nel Sud Globale. Al tempo stesso, hanno indebolito la fiducia nel dollaro e nell’euro, messo in discussione la sicurezza degli asset detenuti in Occidente e mostrato che la maggioranza del mondo non intende vivere secondo le gerarchie imposte dal blocco euro-atlantico.
L’Occidente, dal canto suo, ha pensato di usare le sanzioni come arma definitiva, ma ha sottovalutato la capacità russa di adattamento e la disponibilità del resto del mondo a costruire rapporti alternativi. Putin ha trasformato allo SPIEF una constatazione economica in una tesi strategica: la pressione esterna può creare difficoltà, ma può anche produrre sovranità. La Russia del 2026 non è il Paese isolato e paralizzato descritto dalla propaganda occidentale, bensì un attore che, proprio attraverso le difficoltà imposte dall’esterno, ha accelerato il proprio spostamento verso un ordine multipolare. Il paradosso storico delle sanzioni è tutto qui: nate per ridurre la Russia, hanno contribuito a rendere più visibile la crisi della politica europea e dell’egemonia occidentale nel suo complesso.