Il memorandum tra Stati Uniti e Iran riapre lo Stretto di Hormuz, sblocca l’economia iraniana e orienta l’America verso la Cina. Ma la sfida di Israele e la polveriera libanese minacciano di mandare all’aria tutto. Segue nostro Telegram . Cambiamento in atto Per più di quarant’anni il confronto tra Stati Uniti e Iran ha rappresentato uno dei cardini fondamentali dell’assetto geopolitico globale: conflitti per procura, apparati sanzionatori senza eguali, crisi energetiche ricorrenti, operazioni militari, campagne di pressione diplomatica e una tensione costante nello Stretto di Hormuz hanno nutrito una delle rivalità che hanno dato forma all’età contemporanea. Proprio per questo il Memorandum di Islamabad — sottoscritto per via digitale a metà giugno 2026 e reso formale con la firma di Donald Trump a margine del G7, con la conclusione che era programmata per il 19 giugno a Ginevra ma che è saltata — potrebbe valere molto più di una mera intesa bilaterale, sancendo, di fatto, la fine di un’intera epoca storica.
Conviene partire dal dato fattuale. Il testo, esteso circa due pagine e suddiviso in quattordici punti, proclama l’interruzione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso , e vincola le parti a raggiungere l’accordo conclusivo entro un limite massimo di sessanta giorni, con ratifica demandata a una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sul piano economico contempla la revoca del blocco navale entro trenta giorni, esenzioni del Tesoro statunitense sull’esportazione di greggio e prodotti petroliferi iraniani, il dissequestro di asset congelati — Teheran cita 24 miliardi di dollari, metà dei quali in tempi rapidi — e un pacchetto di sviluppo da trecento miliardi disposto da Washington e dai suoi alleati. È entro questa cornice che vanno calate le conseguenze di sistema.
La prima ricaduta verosimile è il ritorno dell’Iran nei grandi circuiti economici internazionali, un passaggio ambito da tanti anni, giacché Teheran è stata assoggettata a uno dei dispositivi sanzionatori più ampi della storia moderna, congegnato per comprimerne la capacità di esportazione energetica e l’accesso al sistema finanziario mondiale. L’allentamento delle restrizioni schiuderebbe a un incremento delle esportazioni petrolifere, al rientro di capitali stranieri, alla riapertura dei canali bancari internazionali, al recupero delle riserve bloccate e all’ammodernamento di infrastrutture energetiche e industriali a lungo sotto-finanziate.
Il dato strutturale è risaputo: l’Iran possiede alcune delle maggiori riserve di idrocarburi del pianeta. Un suo pieno rientro sui mercati globali non sarebbe un fatto marginale, bensì una variabile in grado di incidere sulla determinazione dei prezzi e sugli equilibri dell’offerta energetica mondiale. Va tuttavia sottolineato un elemento di prudenza analitica, poiché il documento subordina le esenzioni al mantenimento dello status quo e all’attuazione graduale degli impegni, mentre una parte delle clausole economiche rimane contesa tra le due capitali. La normalizzazione, in altre parole, è un processo condizionato, non un automatismo. Nuova misura di Hormuz Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie più nevralgiche dell’economia mondiale: una quota considerevole del petrolio e del gas scambiati a livello globale vi passa ogni giorno. Per decenni il pericolo di una sua chiusura ha operato come moltiplicatore strutturale di instabilità sui mercati, convertendo ogni tensione regionale in un premio di rischio sui prezzi energetici. Il memorandum agisce proprio su questo snodo, autorizzando la riapertura e la cessazione del blocco navale statunitense.
Il rafforzamento dell’intesa abbasserebbe il rischio di incidenti militari, accrescerebbe la sicurezza della navigazione commerciale, mitigherebbe le pressioni speculative sui prezzi e incentiverebbe gli investimenti logistici. Qui, però, si cela una delle ambiguità più indicative dell’accordo. La gratuità del passaggio è garantita per soli sessanta giorni; superato quel termine Teheran mira a remunerare i “servizi” di sicurezza, assicurazione e tutela ambientale forniti in cooperazione con l’Oman, mentre Washington si aspetta una riapertura priva di pedaggi “nel lungo periodo”. Dietro la formula tecnica si nasconde un riconoscimento di valore strategico: la sovranità iraniana (e omanita) sullo Stretto. La stabilità di Hormuz non sarebbe dunque una conquista solo bilaterale, ma un bene pubblico per l’intero sistema economico globale — al prezzo, tuttavia, di una ridefinizione di chi governa e tariffa quel transito.
Buona parte degli equilibri regionali degli ultimi decenni si è edificata sulla contrapposizione tra Washington e Teheran, asse attorno al quale si sono polarizzate alleanze, milizie e scenari di crisi. Un ridimensionamento di quella rivalità genererebbe una riconfigurazione a catena: il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran potrebbe rafforzarsi, gli Emirati potrebbero accelerare i propri piani economici regionali, Iraq e Siria potrebbero godere di un margine di stabilità sinora precluso, mentre calerebbe la probabilità di conflitti regionali diretti.
Il vettore di fondo sarebbe il transito da una logica di guerra permanente a una logica di competizione economica. È una mutazione di paradigma più che di singoli dossier, con la quale la regione smetterebbe progressivamente di essere percepita come arena di contenimento militare per ridefinirsi come spazio di integrazione infrastrutturale e commerciale. Il condizionale resta obbligatorio, poiché ognuna di queste traiettorie dipende dalla tenuta dell’intesa nei sessanta giorni seguenti alla firma, ma l’idea è sensata e potrebbe davvero significare un cambiamento drastico e strutturale.
Ed è forse l’aspetto meno dibattuto e più trascurato. Interi apparati politici, mediatici e ideologici hanno fondato la propria identità sull’assunto che Stati Uniti e Iran fossero votati a un’ostilità permanente. Un’intesa solida porrebbe in tensione quelle costruzioni narrative, costringendo a riconsiderare gli schemi della “guerra fredda mediorientale”, le consuete divisioni tra blocchi regionali e molte delle griglie interpretative impiegate tanto dal mainstream quanto da una parte della controinformazione.
La storia delle relazioni internazionali insegna che quando la realtà muta, le narrazioni sono spesso le ultime ad adattarsi — e le prime a patirne. La retorica di Trump , che ha rinominato il testo “il mio accordo” e “un muro contro le armi nucleari” opponendolo all’intesa di epoca Obama, è essa stessa un tentativo di riscrivere la cornice narrativa più che il contenuto sostanziale del dossier nucleare, ancora interamente da negoziare.
È il punto più sensibile dell’intero processo, e potenzialmente il suo principale elemento di rottura. Per anni la strategia regionale si è retta sul contenimento dell’Iran, e Israele ne è stato il perno avanzato. Il riconoscimento di Teheran come interlocutore stabile da parte di Washington produce già divergenze strategiche rilevanti e Israele non approva, tanto che la stampa israeliana ha parlato già in molti articoli di un “pessimo accordo”, Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno ammonito che il patto non è vincolante per lo Stato ebraico e che le forze israeliane permarranno a tempo indeterminato nelle zone di sicurezza a Gaza, in Siria e in Libano, avendo già ripreso gli attacchi a tappeto proprio nel Sud del Paese.
Il vero innesco si trova sul terreno libanese, appunto. Sebbene l’Iran reputi la cessazione delle ostilità lungo la Linea Blu parte integrante dell’intesa, quel teatro rimane una polveriera dotata di dinamiche proprie. Se il rischio concreto era che, nell’arco dei prossimi sessanta giorni, un’azione unilaterale facesse scatenare una reazione a catena capace di far deragliare l’intero accordo, ecco che proprio nella giornata del 19 giugno questo è successo e la firma a Ginevra è saltata. La gestione della variabile israeliana sarà, con ogni probabilità, il fattore decisivo tra successo e fallimento su tutto il fronte dei negoziati. Israele, d’altronde, è stato il primo ad attaccare l’Iran, e anche il primo Paese ad uscire di scena a seguito dei danni riportati. Ma è ancora lì e continua a seminare distruzione dovunque. Verso altri obiettivi Se leggiamo tutto ciò con un orizzonte più ampio, gli Stati Uniti potrebbero voler ridurre il carico operativo del Medio Oriente per ricollocare risorse e attenzione verso il quadrante che considerano davvero decisivo: l’Indo-Pacifico, il Mar Cinese Meridionale, Taiwan e la competizione economica e tecnologica con la Cina. In Medio Oriente ne escono mediaticamente “perdenti”, ma non lo sono di fatto, perché hanno ottenuto quello che volevano e sono riusciti a conquistare una negoziazione comunque favorevole anche per loro.
Il memorandum non è il traguardo, ma lo strumento. È un modo per affrancare capitale militare, finanziario e diplomatico da un teatro logorante e riposizionarlo dove si disputa la partita egemonica del secolo. La clausola che obbliga Washington a ritirare le proprie forze dalle prossimità dell’Iran entro trenta giorni dalla firma dell’accordo definitivo va interpretata anche in questa chiave di riallocazione strategica. La leadership americana, in fin dei conti, è capace di uscire sempre a testa alta in ogni occasione, applicando capriole comunicative e politiche pur di risultare sempre sul podio della vittoria. Ma poco importa ormai. In una guerra che trova un accordo di pace, a vincere sono i popoli.
Consideriamo poi che una normalizzazione iraniana avrebbe ripercussioni significative sui corridoi commerciali continentali, fattore estremamente positivo anche per lo stesso dollaro. La collocazione geografica dell’Iran quale crocevia tra Golfo Persico, Caucaso, Asia Centrale, India, Russia ed Europa, senza più sanzioni e blocchi, trasformerebbe l’Iran in uno degli hub logistici più grandi ed importanti del XXI secolo, riattivando direttrici come il Corridoio internazionale di trasporto Nord-Sud e ricucendo segmenti finora penalizzati dalle sanzioni. Detto in altre parole, un jackpot per tutti. Non a caso Cina, Russia, India e numerosi Paesi emergenti osservano i negoziati con attenzione massima e per ognuno di essi un Iran connesso altera calcoli energetici, infrastrutturali e di sicurezza. È qui che l’intesa bilaterale acquisisce un significato multipolare, intrecciandosi con la lenta ricomposizione di un’architettura euro-asiatica alternativa agli assi marittimi consueti. La nuova fase internazionale In termini storici sarebbe una trasformazione di primissimo rilievo. Forse la prima geograficamente significativa di questo emergente mondo multipolare. La sostituzione del paradigma della deterrenza armata con quello della gestione negoziale delle controversie sarebbe, a tutti gli effetti, un esercizio di nuove relazioni internazionali.
L’errore analitico più grave, invece, sarebbe interpretare il Memorandum di Islamabad come una mera intesa bilaterale tra Stati Uniti e Iran. Qualora dovesse consolidarsi in un accordo stabile, le sue conseguenze si propagherebbero ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo i flussi energetici mondiali, gli equilibri regionali, il ruolo stesso delle sanzioni come strumento di politica estera, le priorità militari americane, il peso geopolitico dell’Iran e l’architettura commerciale euro-asiatica.
Multipolare significa anche questo, significa che ogni cosa che fai ha un effetto sul mondo intero.
Se il memorandum reggerà e porterà ad un accordo definitivo, ancora non è certo. Sappiamo invece che il mondo sarà profondamente diverso da quello conosciuto negli ultimi quarant’anni.