Il Golem ha issato la bandiera bianca


Se gli USA hanno alzato la bandiera bianca sventolata dalle mani di Mr. President, non perdiamo l’attenzione sugli eventi: quella bandiera è già il sudario impregnato di sangue di nuovi martiri. E qualcuno, prima o dopo, chiederà vendetta. Segue nostro Telegram . Epic fail Ricapitolando: 8 aprile, gli USA si tirano indietro, l’Iran ha avuto militarmente la meglio, Israele sta cadendo a pezzi. Tradotto in lingua popolare: cessate-il-fuoco di due settimane. Tradotto nella lingua di Trump: l’America ha vinto contro il regime degli Ayatollah. Tradotto nel realismo geopolitico: qualche giorno di tregua per tornare ad eventi tragici entro metà mese di aprile.

L’Iran ha avanzato una lista di condizioni molto severa:

1- Gli Stati Uniti si impegnano in maniera fondata a garantire l’assenza di aggressione.

2- L’Iran manterrà il controllo sullo Stretto di Hormuz

3- Si riconosce la possibilità di arricchimento dell’uranio

4- Si revocano tutte le sanzioni primarie

5- Si revocano tutte le sanzioni secondarie

6- Si annullano tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza

7- Si annullano tutte le risoluzioni del Board of Governors USA (scongelamento fondi iraniani)

8- Verrà pagato un risarcimento all’Iran per i danni subiti

9- Tutte le forze combattenti statunitensi dalla regione devono essere ritirate

10- La guerra dev’essere fermata su tutti i fronti, compresa la lotta contro la resistenza islamica del Libano.

È evidente che un’accettazione completa di queste condizioni equivarrebbe, di fatto, a una capitolazione della coalizione avversaria, ma la definizione di questi punti come “base negoziale” lascia spazio a molte possibili interpretazioni.

Si potrebbe pensare che un esito del genere sia troppo favorevole per essere reale, suggerendo la presenza di elementi non espliciti. È emerso infatti che la Cina avrebbe svolto un ruolo importante dietro le quinte nel favorire questo accordo, e il suo interesse in tal senso è comprensibile, così come la sua capacità di spingere l’Iran verso posizioni più concilianti.

Israele, invece, sembrerebbe aver ostacolato l’intesa fino all’ultimo momento. Nelle fasi iniziali si è verificato anche un episodio curioso: Netanyahu aveva sostenuto che il Libano non fosse incluso nell’accordo, salvo poi essere smentito da una comunicazione del primo ministro pakistano, che affermava il contrario.

Quali prospettive emergono? Nell’immediato si registra un sollievo generale, anche per il calo del prezzo del petrolio, ma ciò va di pari passo con la preoccupazione per le possibili ricadute. Tutto si traduce in speculazione.

È però difficile immaginare che gli Stati Uniti possano accettare integralmente i dieci punti iraniani. Anche una loro accettazione parziale rappresenterebbe comunque un importante successo per Teheran. Allo stesso tempo, è improbabile che la leadership iraniana accetti un compromesso troppo svantaggioso, considerando i sacrifici sostenuti. Ne consegue che nei prossimi giorni la situazione resterà estremamente delicata, con un alto rischio di una ripresa delle ostilità, come già in parte avvenuto nella giornata del 9 aprile, a nemmeno 24 ore dall’accordo.

Secondo una valutazione personale, l’unico attore in grado di trasformare questa tregua in una pace duratura sarebbe la Cina, pur non essendo intervenuta direttamente. Pechino ha infatti un forte interesse a preservare la sovranità iraniana e dispone degli strumenti per esercitare pressione su entrambe le parti. Da un lato è il principale partner commerciale dell’Iran e può contribuire alla sua ricostruzione; dall’altro può influenzare gli Stati Uniti, anche attraverso la minaccia di rafforzare le capacità militari ed economiche iraniane in caso di escalation. Nonostante ciò, la situazione resta estremamente fragile: basterebbe un singolo episodio per riaccendere il conflitto nell’intera regione.

Come temuto, Israele sembra non avere interesse né alla tregua né a una pace duratura, anzi senza le pressioni israeliane il conflitto stesso non sarebbe nemmeno iniziato, dato che per gli Stati Uniti rappresentava più un peso che un vantaggio.

Subito dopo l’entrata in vigore della tregua, Israele ha lanciato il più massiccio bombardamento mai effettuato sul Libano. Le immagini provenienti da Beirut mostrano scenari di devastazione estrema. Ancora una volta Israele viene descritto come una delle principali minacce alla stabilità e alla convivenza nella regione. Un episodio simbolico è rappresentato dalle parole del rabbino capo della comunità ebraica iraniana, che ha criticato duramente Israele dopo la distruzione della sinagoga di Teheran e della biblioteca adiacente da parte dell’aviazione israeliana, dichiarando: “Non ci perdoneranno mai di essere ebrei antisionisti.” L’atteggiamento di Israele, caratterizzato da forte determinazione militare e da una visione radicale, rappresenterebbe un rischio significativo su scala globale. L’Iran, dal canto suo, non abbandonerà il Libano, e se gli Stati Uniti non riusciranno a contenere le azioni del governo Netanyahu, il conflitto potrebbe riprendere nel breve periodo. Focus Libano “Non c’è un cessate il fuoco in Libano” ha detto Netanyahu il 9 aprile alla ripresa dei bombardamenti massicci contro le postazioni di Hezbollah e contro i civili in Libano. Contestualmente il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato che Israele inizierà ad espandere i suoi confini in Libano, Siria e Gaza. Il progetto del Grande Israle non può essere arrestato.

Il presidente del Parlamento iraniano Qalibaf ha commentato quanto sta avvenendo in maniera molto chiara:

“1- Il Libano e l’intero Asse della Resistenza, in quanto alleati dell’Iran, sono parte integrante del cessate il fuoco. (Punto 1 della proposta in 10 punti)

2- Il Primo Ministro (pakistano) Shehbaz Sharif ha sottolineato pubblicamente e chiaramente la questione libanese; non c’è spazio per negazioni o ripensamenti.

3- Le violazioni del cessate il fuoco comportano costi espliciti e risposte FERME. Spegnete immediatamente il fuoco.”

Il focus sul Libano è l’ennesimo spostamento del conflitto su un altro punto di interesse secondario. Questo avviene ogni volta che il conflitto non assume l’aspetto progettato dall’attaccante. Sia Israele che gli USA sono in fase di recessione bellica obbligata, ma ciò non significa che molleranno la presa sull’obiettivo.

Il controllo militare della regione è anche negli interessi di Donald Trump, che ha varato il piano di investimento per la ricostruzione di Gaza e si è creato il suo personale club per miliardari per sentirsi un paladino della “pace”. Smantellare l’equilibrio regionale rappresenterebbe uno svantaggio enorme con conseguenze sul lungo periodo. Ecco perché gli USA, in ogni caso, non molleranno la presa. La retorica del disimpegno militare nella zona non equivale ad una rinuncia, e questo punto deve ben essere tenuto presente dagli analisti.

Il Libano è il canale di sfogo “naturale” di Israele e l’obiettivo strategico periodico, è adeguatamente tenuto sotto scacco dagli USA da molti anni, ha un governo fantoccio in collusione con l’occupante straniero, ma ha un popolo deciso a combattere e pronto a fare la propria parte nell’Asse della Resistenza. Questo potrebbe fare la differenza.

Se gli USA hanno alzato la bandiera bianca sventolata dalle mani di Mr. President, non perdiamo l’attenzione sugli eventi: quella bandiera è già il sudario impregnato di sangue di nuovi martiri. E qualcuno, prima o dopo, chiederà vendetta.

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