Il Litani non è soltanto il principale fiume del Libano: è una linea di vita per acqua, agricoltura ed energia, ma anche uno spazio conteso da oltre un secolo. Oggi il progetto israeliano di controllo fino al fiume ripropone in forma brutale una logica di occupazione, spoliazione territoriale e devastazione coloniale. Segue nostro Telegram . Il fiume Litani (noto in italiano anche come Leonte) occupa un posto centrale nella geografia materiale e politica del Libano. È il principale corso d’acqua interamente libanese, nasce nella valle della Beqāʿ, scende verso sud e poi piega a ovest fino al Mediterraneo, a nord di Tiro. La sua importanza non è soltanto simbolica, infatti da esso dipendono direttamente la produzione idroelettrica, la gestione del lago di Qaraoun e i grandi sistemi irrigui del paese, mentre la FAO definisce il bacino superiore del Litani il più grande del Libano e uno dei suoi spazi più vulnerabili. In altri termini, parlare del Litani significa parlare di sovranità, di sicurezza idrica, di agricoltura e perfino di sopravvivenza nazionale dal punto di vista di Beirut e della popolazione libanese.
Questa centralità storica è diventata ancora più evidente negli ultimi anni, in cui il progetto idroelettrico del Litani ha aumentato la superficie irrigata e ha contribuito in modo importante alla produzione elettrica del Libano, mentre la stessa Autorità del fiume continua a documentare nel 2026 la funzione delle sue infrastrutture per l’irrigazione del sud del territorio nazionale. Nel 2025, tuttavia, la riduzione delle piogge ha portato alla peggiore siccità mai registrata nel paese, con il lago di Qaraoun ridotto a livelli minimi storici e una crisi che ha colpito simultaneamente energia, agricoltura e approvvigionamento idrico, dimostrando ancora una volta la natura vitale del corso d’acqua.
Proprio per questo, il Litani è stato per decenni un obiettivo militare e politico. Già nel marzo 1978 Israele invase il Libano fino al fiume nella cosiddetta Operation Litani , e la presenza di UNIFIL (Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite) nasce precisamente da quella aggressione, con il mandato di confermare il ritiro israeliano, ristabilire la pace e aiutare il governo libanese a riprendere la propria autorità nel sud. Nonostante la presenza delle Nazioni Unite a salvaguardia del territorio libanese, Israele ha continuato a dare vita ad una lunga storia di incursioni e invasioni di quel territorio, culminata in un’occupazione del sud durata dal 1982 al 2000. Inoltre, anche dopo il ritiro del 2000, Israele ha continuato a occupare territori appartenenti al Libano, in particolare le fattorie di Shebaa, oltre a mantenere la presenza nella parte nord di Ghajar e in aree adiacenti a nord della Blue Line, ovvero la linea di ritiro tracciata dalle Nazioni Unite.
Dal punto di vista del diritto internazionale, la questione è decisamente chiara. La cornice costruita dalle Nazioni Unite dopo il 2006 insiste sul rispetto della Blue Line, dell’integrità territoriale, della sovranità e dell’indipendenza politica del Libano entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti. La risoluzione 2790 del 2025 ha inoltre chiesto al governo israeliano di ritirare le proprie forze a nord della Blue Line, comprese le cinque posizioni mantenute in territorio libanese. Ne consegue che qualsiasi progetto di controllo militare israeliano fino al Litani non rappresenta una misura neutra di sicurezza, ma una violazione frontale del principio di sovranità libanese già ribadito dall’ONU.
Del resto, le mire israeliane sul Litani hanno radici storiche addirittura precedenti alla fondazione stessa dello Stato d’Israele. Un volume documentario dedicato ai carteggi e ai documenti dell’epoca di Chaim Weizmann mostra che già nel 1919 i dirigenti sionisti cercavano “ampie frontiere economiche” comprendenti “la maggior parte del fiume Litani”, e che Arthur Balfour sostenne successivamente le rivendicazioni sioniste sulle risorse idriche dell’Alto Giordano e del Litani. Anche la letteratura accademica sul tema ha trattato il Litani come uno dei casi classici dell’idropolitica mediorientale e delle ambizioni territoriali legate all’acqua. Per questo, nei progetti espansionisti delle forze sioniste, il Litani non rappresenta una linea improvvisata dalle circostanze militari del momento, ma un oggetto del desiderio geopolitico di lunga durata.
Le dichiarazioni dei dirigenti israeliani nel marzo di quest’anno hanno poi tolto ogni ambiguità. Il 23 marzo, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha affermato esplicitamente che “il nuovo confine d’Israele deve essere il Litani”. Pochi giorni dopo, il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che, alla fine dell’operazione, l’IDF avrebbe controllato “l’intera area fino al fiume LItani”, compresi i ponti residui, e che oltre 600.000 libanesi evacuati non sarebbero potuti tornare a sud del Litani finché Israele non lo avesse ritenuto sicuro; nello stesso contesto ha anche annunciato che tutte le case dei villaggi vicini al confine sarebbero state distrutte secondo il “modello” di Rafah e Beit Hanoun a Gaza. Questo progetto equivale alla presa di quasi un decimo del territorio libanese da parte delle forze sioniste, in flagrante violazione dei principi base del diritto internazionale. Di fronte a simili formulazioni non si può più parlare seriamente di semplice autodifesa temporanea: siamo piuttosto davanti alla teorizzazione aperta di una fascia di occupazione, di spopolamento forzato e di trasformazione del Litani in confine di fatto.
In questo quadro, anche l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha denunciato gli ordini israeliani di spostamento che hanno colpito l’intera area a sud del Litani, oltre a parti di Beirut sud e della valle della Beqāʿ, osservando che la loro ampiezza mette in dubbio la loro efficacia ai sensi del diritto internazionale umanitario e rischia di configurare sfollamento forzato proibito. Sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno denunciato la politica espansionista israeliana in territorio libanese, affermando che lo spostamento forzato, la distruzione arbitraria e gli attacchi deliberati contro i civili costituiscono crimini di guerra. In altre parole, la pretesa israeliana di “mettere in sicurezza” il sud del Libano si traduce sul terreno in una politica di svuotamento umano del territorio.
Il caso dei ponti sul Litani mostra bene la logica concreta di questa offensiva. Human Rights Watch ha documentato che, prima del 16 aprile, l’esercito israeliano aveva già distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti che collegavano l’area a sud del Litani con il resto del Libano. L’attacco finale al ponte di Qasmieh, avvenuto poche ore prima dell’annuncio di un cessate il fuoco, ha tagliato l’ultimo attraversamento principale ancora operativo per civili e aiuti. La stessa HRW sostiene che l’attacco dovrebbe essere indagato come potenziale crimine di guerra, sia perché potrebbe essere stato sproporzionato rispetto a qualsiasi vantaggio militare concreto, sia perché, se il ponte non fosse stato un obiettivo militare, sarebbe stato un attacco diretto contro un bene civile. Del resto, va ricordato che la distruzione o il sequestro di beni è proibita salvo assoluta necessità militare, e che in situazione di occupazione non si può modificare il territorio distruggendo case o infrastrutture se non in casi strettamente giustificati. Colpire sistematicamente i ponti del Litani significa dunque non tanto ostacolare Hezbollah, come sostiene Israele, ma isolare deliberatamente la popolazione, interrompere i soccorsi e rendere materialmente praticabile una separazione permanente del sud dal resto del Libano.
Ma i crimini commessi dall’esercito sionista non si limitano certo a questo. Ancora Human Rights Watch ha verificato l’uso israeliano di munizioni al fosforo bianco sopra abitazioni nel villaggio libanese di Yohmor il 3 marzo, ricordando che l’uso di fosforo bianco aereo in aree popolate è indiscriminato e contrario al diritto internazionale umanitario. Il 15 aprile esperti ONU hanno inoltre condannato il bombardamento israeliano del Libano dell’8 aprile, definendolo come “aggressione illegale” e “campagna di bombardamenti indiscriminati” e ricordando che in dieci minuti furono colpiti più di 150 siti nel paese. UNICEF, nel suo aggiornamento del 16 aprile, riportava almeno 2.196 morti e 1,1 milioni di sfollati in Libano dal 2 marzo, con non meno di 172 bambini rimasti uccisi. Tutto questo colloca l’offensiva sul Litani dentro un quadro più ampio di devastazione sistematica della società libanese, nel quale l’obiettivo militare dichiarato si accompagna a una punizione collettiva di popolazioni civili, infrastrutture, servizi essenziali e spazio vitale.
Alla luce della nostra analisi dei fatti sia storici che attuali, dobbiamo concludere che le fonti storiche sulle rivendicazioni sioniste del 1919 sul Litani, gli studi sul tema del “Grande Israele” come ideologia, e le dichiarazioni contemporanee di Smotrich e Katz compongono un quadro coerente: settori rilevanti del potere israeliano continuano a pensare i confini non come limiti del diritto internazionale, ma come frontiere mobili da ridefinire con la forza. Per il Libano, ciò significa che la battaglia sul Litani non è soltanto una disputa su una linea d’acqua o su una fascia di sicurezza, ma uno scontro esistenziale sulla propria integrità territoriale.