Dalla Luna a Tiangong, la Cina costruisce nello spazio una via cooperativa alternativa alla competizione statunitense


Nel pieno di una nuova corsa allo spazio segnata da rivalità geopolitiche e logiche di blocco, la Cina rilancia un modello diverso: sviluppo tecnologico rapido, pianificazione di lungo periodo e cooperazione aperta con il Sud globale, dal Pakistan al Brasile fino ai paesi africani. Segue nostro Telegram . Nel settantesimo anniversario del proprio programma spaziale,  celebrato il 24 aprile con l’undicesima Giornata dello Spazio della Cina , Pechino ha voluto lanciare al mondo un messaggio molto chiaro. Lo spazio, nella visione cinese, non deve diventare il prolungamento extraterrestre della contrapposizione tra grandi potenze, ma un terreno di progresso scientifico, sviluppo condiviso e cooperazione inclusiva. Questa impostazione emerge con forza dai risultati più recenti dell’industria aerospaziale cinese e, soprattutto, dal modo in cui la Cina sceglie di connettere tali risultati a una rete internazionale di partner che comprende il Pakistan, il Brasile e numerosi paesi africani. In un panorama globale in cui la questione spaziale viene sempre più spesso letta, soprattutto in chiave statunitense, dentro una logica di competizione strategica, definizione delle regole e costruzione di alleanze esclusive, la Cina cerca di presentarsi come il polo di un’altra idea di modernità spaziale.

I risultati scientifici annunciati in occasione della Giornata dello Spazio spiegano perché Pechino possa oggi sostenere questa ambizione con crescente credibilità. Dalla missione Chang’e-5, che aveva riportato sulla Terra 1.731 grammi di campioni lunari, gli scienziati cinesi hanno identificato due minerali lunari precedentemente sconosciuti, ufficialmente approvati e classificati dall’Associazione Internazionale di Mineralogia con i nomi di magnesiochangesite-(Y) e changesite-(Ce). Si tratta del secondo e del terzo minerale lunare scoperti da ricercatori cinesi, mentre a livello globale essi costituiscono il settimo e l’ottavo nuovo minerale lunare identificati in campioni riportati sulla Terra. Questo dato di fatto mostra che la Cina non è più una potenza spaziale “emergente”, ma una realtà capace di produrre conoscenza originale ai massimi livelli della ricerca sullo spazio profondo.

La scoperta dei nuovi minerali è rilevante anche per le sue implicazioni strategiche. Entrambi, infatti, appartengono alla categoria dei fosfati ricchi di terre rare, e le loro strutture cristalline non trovano equivalenti esatti sulla Terra. In particolare, changesite-(Ce) sarebbe significativa perché mostra un arricchimento in terre rare leggere nei campioni di Chang’e-5, a differenza di molte analisi precedenti sui campioni Apollo, più ricchi di terre rare pesanti. Questo amplia la comprensione della composizione materiale della Luna, della sua evoluzione magmatica e persino del suo potenziale in termini di utilizzo  in situ  delle risorse. In altre parole, la Cina non si limita a raggiungere la Luna: la studia in modo sistematico e lega la ricerca scientifica a una prospettiva di lungo periodo sulle future capacità industriali e tecnologiche fuori dalla Terra.

Lo stesso vale per il programma marziano. La China National Space Administration (CNSA) ha annunciato che la missione Tianwen-3 dovrebbe essere lanciata intorno al 2028 e riportare campioni da Marte sulla Terra verso il 2031. In vista di questa missione, la Cina ha già selezionato cinque progetti di cooperazione internazionale e di Hong Kong e Macao collegati alla stessa. Tra i progetti cooperativi figurano infatti uno spettrometro Mars PEX guidato dal gruppo di lavoro esplorativo del Comitato sulla Ricerca Spaziale, un analizzatore della composizione degli ioni molecolari marziani guidato dalla Macau University of Science and Technology e uno spettrometro laser eterodina guidato dalla Chinese University of Hong Kong. Ciò significa che la Cina sta cercando di costruire, intorno a una delle missioni scientifiche più sofisticate del prossimo decennio, un ecosistema di collaborazione che supera il quadro nazionale e mostra una volontà di apertura programmata.

L’approccio cinese si fonda infatti su una visione di lungo periodo che tiene insieme ricerca fondamentale, programma statale, capacità industriale e apertura selettivamente inclusiva. Nel 2025, la Cina aveva già compiuto passi rilevanti con il lancio di Tianwen-2 verso un asteroide, con il rafforzamento della stazione spaziale Tiangong, con l’introduzione di nuovi strumenti per la vita di bordo e con l’avanzamento del programma lunare, che continua a puntare all’allunaggio con equipaggio entro il 2030 e alla costruzione di un modello base della Stazione Internazionale di Ricerca Lunare entro il 2035. L’insieme di questi progetti mostra una continuità politico-industriale che difficilmente può essere ridotta a una corsa episodica. La Cina, insomma, sta costruendo una infrastruttura spaziale complessiva, non un insieme di missioni isolate.

Ma il tratto che maggiormente distingue l’approccio della Cina sta nell’insistere sul fatto che i propri progressi non debbano restare confinati a un circuito chiuso di potenza nazionale. L’esempio più immediato è la missione Xihe-2 di osservazione solare. La CNSA ha annunciato l’apertura di circa 15 chilogrammi di risorse di  payload  alla cooperazione internazionale, invitando partner globali ad avanzare insieme nella scienza solare. La missione, diretta verso il punto lagrangiano L5 Sole-Terra, mira a studiare i campi magnetici delle regioni solari attive, a chiarire la struttura tridimensionale e i meccanismi delle eruzioni solari e a migliorare le capacità di allerta e previsione del meteo spaziale. Invece di trasformare questa frontiera della ricerca in un club ristretto o in una sfera di esclusività tecnologica, la Cina la propone come piattaforma condivisa.

Evidenziando il contrasto con l’approccio competitivo statunitense, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato che lo spazio non è un’“arena” per la rivalità tra grandi potenze e che la Cina continuerà a costruire una “cerchia di amici” aperta nello spazio. La formulazione arriva in un contesto in cui il dibattito internazionale definisce ormai la nuova fase della corsa allo spazio come una “Competition 2.0” tra grandi potenze. La risposta cinese, tuttavia, è di segno opposto: uguaglianza, mutuo beneficio, uso pacifico e sviluppo inclusivo. Questo approccio ha anche il pregio di abbassare la soglia di accesso alle tecnologie aerospaziali per i paesi del Sud globale e contrasta con il vecchio modello di alcuni paesi sviluppati, che collaboravano solo con partner selezionati dotati di risorse eccezionali, tecnologia avanzata e grandi capacità complessive. Dunque, mentre gli Stati Uniti tendono a integrare lo spazio dentro una logica di supremazia e di alleanze privilegiate, la Cina cerca consenso offrendo accesso e partecipazione.

Il caso del Pakistan è il più concreto e immediato. Due astronauti pakistani, Muhammad Zeeshan Ali e Khurram Daud, sono arrivati in Cina il 24 aprile ed sono stati ammessi all’Astronaut Center of China a Pechino dopo essere stati selezionati come i primi astronauti stranieri destinati all’addestramento per missioni cinesi. Al termine della formazione, uno dei due parteciperà a una missione e diventerà il primo astronauta straniero a bordo della stazione spaziale Tiangong. Sul piano politico, si tratta di un fatto di grande rilievo. Per la prima volta, un grande programma spaziale extraoccidentale apre la propria infrastruttura orbitale a un partner del Sud globale non come gesto simbolico, ma come parte integrante del programma. Per Islamabad, ciò significa accesso a tecnologie, addestramento, esperienza e prestigio scientifico. Per Pechino, significa dimostrare che la propria ascesa spaziale può produrre inclusione e non mera emulazione dei modelli di esclusività occidentali.

Il Brasile rappresenta un secondo esempio fondamentale. Nel ricordare le forme di cooperazione spaziale già in atto, Guo Jiakun ha menzionato espressamente il satellite sino-brasiliano per le risorse terrestri, indicandolo come uno strumento utile alla protezione delle foreste pluviali sudamericane. La cooperazione spaziale, dunque, non viene presentata solo come tecnologia avanzata o come prestigio strategico, ma come applicazione concreta alla tutela ambientale, alla gestione del territorio e allo sviluppo sostenibile. Nella visione cinese, il rapporto con il Brasile nello spazio diventa così una dimostrazione di come le capacità spaziali possano essere messe al servizio di beni pubblici globali, e non solo di logiche di superiorità militare o di competizione geostrategica.

Anche l’Africa occupa un posto crescente in questa impostazione. La diplomazia cinese ha ricordato di aver firmato accordi di cooperazione spaziale con molti paesi africani e di aver incluso nella stazione spaziale Tiangong dieci dipinti realizzati da giovani africani. A prima vista potrebbe sembrare un dettaglio simbolico, ma in realtà rivela due livelli di azione. Da un lato vi è la cooperazione tecnica vera e propria, affidata ad accordi bilaterali e multilaterali. Dall’altro vi è una dimensione culturale e pedagogica con cui la Cina cerca di coinvolgere le nuove generazioni del continente africano in una narrazione dello spazio come patrimonio comune e come campo aperto anche a chi, storicamente, ne è stato marginalizzato. In questo senso, la proiezione spaziale cinese verso l’Africa assume il volto di una diplomazia scientifica che intreccia immaginario, formazione, tecnologia e legittimità internazionale.

Alla fine, il vero nodo politico della ricerca scientifica nello spazio del XXI secolo è proprio questo. La Cina sta cercando di dimostrare che è possibile emergere come grande potenza spaziale senza riprodurre integralmente la grammatica della rivalità egemonica. Lo fa mettendo in scena una combinazione di risultati scientifici, pianificazione di lungo periodo, infrastrutture autonome e apertura verso partner esterni. Pakistan, Brasile e paesi africani non sono semplici comparse di questa storia: sono la prova che Pechino vuole costruire nello spazio una sfera di cooperazione che rafforzi il proprio prestigio proprio attraverso la condivisione. Se questo modello riuscirà davvero a imporsi come alternativa stabile a quello competitivo statunitense dipenderà da molti fattori, inclusa la capacità cinese di mantenere nel tempo la promessa di un accesso più ampio e meno gerarchico. Ma già oggi una cosa appare chiara: nella nuova era spaziale, la Cina non vuole soltanto arrivare più lontano. Vuole arrivarci con altri.

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