Il futuro della NATO: dissoluzione o trasformazione?

Aggregated summary from an independent source. Read the original at StrategicCulture.

Chi sostiene che la NATO stia andando incontro a una graduale dissoluzione può addurre prove concrete, non semplici impressioni.

Segue nostro Telegram .

Verso Ankara 2026

Il 7 e l’ 8 luglio, ad Ankara, i capi di Stato e di governo dei trentadue Paesi dell’Alleanza Atlantica si riuniranno per il trentaseiesimo vertice della storia della NATO. Non è un dettaglio protocollare che la sede scelta sia la Turchia, e non lo è nemmeno che si tratti della seconda volta — dopo Istanbul nel 2004 — che Ankara ospita l’organizzazione . Il luogo racconta già buona parte della sostanza: un’Alleanza nata per presidiare la frontiera centroeuropea contro l’Unione Sovietica si trova oggi a discutere il proprio futuro nella capitale del Paese che incarna, meglio di ogni altro membro, la tensione fra vocazione atlantica e ambizione regionale autonoma.

Il presente contributo prova a rispondere a una domanda che, fino a due anni fa, sarebbe apparsa quasi provocatoria negli ambienti atlantisti, e che oggi è invece discussa apertamente in sedi come il Carnegie Endowment o l’Atlantic Council: la NATO si sta dissolvendo, o si sta trasformando in qualcosa di diverso da sé? La risposta, come spesso accade in geopolitica, non è binaria. Ma proprio per questo vale la pena ricostruire con ordine i cinque processi che si intrecciano nell’estate del 2026: lo stato politico-finanziario dell’Alleanza; la sua espansione territoriale, formale e informale; la svolta di Ankara verso il Golfo; il ritiro americano; il riarmo europeo.

Sul piano formale, la NATO del 2026 non è mai stata più grande: trentadue membri, contro i dodici fondatori del Patto Atlantico firmato a Washington nel 1949. Sul piano sostanziale, però, l’Alleanza attraversa una fase di divisione e incertezza sulla propria direzione strategica, proprio mentre le spese per la difesa salgono.

Il vertice dell’Aja del giugno 2025 aveva già anticipato questa dicotomia. Da un lato, un impegno storico: portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, superando ampiamente la vecchia soglia del 2% fissata al vertice del Galles nel 2014. Dall’altro, un comunicato finale di appena cinque paragrafi — contro i novanta di Vilnius nel 2023 — che ha lasciato fuori dal testo pubblico quasi tutto ciò che riguarda l’Ucraina, la Russia e la Cina, temi troppo divisivi per essere messi nero su bianco senza rischiare la rottura.

La Spagna, sola tra i trentadue, ha ottenuto un’esenzione dal target del 5%, fissando un tetto proprio al 2,1% del PIL; il presidente Pedro Sánchez ha definito l’obiettivo sproporzionato e non necessario, scelta che gli è costata gli attacchi diretti di Washington e la minaccia di ritorsioni commerciali. L’episodio spagnolo non è un dettaglio marginale: mostra che la coesione finanziaria dell’Alleanza, presentata come un successo storico, poggia in realtà su un’eccezione concessa a uno dei membri più grandi per evitare una crisi pubblica alla vigilia del vertice.

Il quadro finanziario complessivo resta comunque in movimento accelerato. Nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa per la difesa di quasi il 20% in termini reali rispetto all’anno precedente, per un totale che sfiora i 140 miliardi di dollari di incremento nominale. Il fondo comune dell’Alleanza, che finanzia infrastrutture, comando e controllo, resta invece una voce minore rispetto ai bilanci nazionali: circa 6,2 miliardi di dollari nel 2026, di cui gli Stati Uniti coprono all’incirca il 15%.

Geografia variabile

La geografia dell’Alleanza si è spostata sensibilmente a nord-est nell’ultimo quadriennio. Finlandia e Svezia, neutrali per decenni, hanno abbandonato quella postura dopo l’invasione russa dell’Ucraina: Helsinki è entrata nell’aprile 2023, aggiungendo circa 1.340 chilometri di nuovo confine diretto con la Federazione Russa, Stoccolma nel marzo 2024, dopo un percorso di accesso rallentato dalle obiezioni turche e ungheresi.

Tre Paesi restano formalmente in lista d’attesa come aspiranti membri: la Bosnia-Erzegovina, unica ad aver avviato un Piano d’azione per l’adesione (MAP) dal 2010; la Georgia, il cui percorso è bloccato da anni per l’occupazione russa di Abkhazia e Ossezia del Sud; l’Ucraina, che ha presentato domanda formale nel settembre 2022 e che il vertice di Bucarest del 2008 aveva già, in modo volutamente vago, promesso di accogliere «in futuro».

Per nessuno dei tre l’adesione appare imminente. La Bosnia-Erzegovina resta paralizzata dal sistema di condivisione del potere tra le sue componenti etniche e dall’ostruzionismo del leader della Republika Srpska, Milorad Dodik, apertamente sostenuto da Mosca. La Georgia, dopo la Rivoluzione delle rose del 2003, ha visto il proprio dossier congelarsi via via che Tbilisi si allontanava dall’allineamento euro-atlantico. L’Ucraina, infine, è il caso più delicato: il vertice dell’Aja ha deliberatamente evitato di includere passi concreti sulla sua adesione, proprio per non aprire una frattura interna in un momento in cui l’amministrazione Trump mantiene una posizione ambigua sul tema.

A questi tre si affiancano, in una fascia più sfumata di interesse dichiarato ma non formalizzato, Cipro e l’Armenia, entrambe frenate da ostacoli geopolitici specifici — la questione turco-cipriota nel primo caso, l’equilibrio con Mosca e Baku nel secondo. La strategia di allargamento della NATO, insomma, non si è fermata: si è piuttosto ispessita, accumulando candidature che il consenso richiesto tra i trentadue membri rende sempre più difficili da portare a termine.

Se c’è un elemento di novità sostanziale nel vertice di luglio, non è la geografia europea ma quella mediorientale. La Turchia porterà al tavolo un tema che coltiva da vent’anni senza mai riuscire a imporlo con decisione: l’approfondimento dell’ Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI), il forum che dal 2004 lega la NATO a quattro Paesi del Golfo — Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti — con Arabia Saudita e Oman coinvolti solo in attività selezionate.

La novità concreta è che, secondo quanto riportato da Bloomberg già a maggio, la NATO inviterà per la prima volta i ministri degli Esteri di Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati a partecipare direttamente al vertice di Ankara, sullo sfondo della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e delle tensioni sullo Stretto di Hormuz . Non si tratta di un’adesione, né di un passo in quella direzione: l’ICI resta, per statuto, un partenariato non vincolante, fondato sui principi di non discriminazione e non imposizione. Ma il segnale politico è comunque rilevante, perché arriva mentre la NATO cerca di dimostrare, soprattutto a Washington, una propria utilità oltre i confini euro-atlantici tradizionali.

Il calcolo turco è trasparente. Ankara vuole presentarsi non come semplice ospite ma come potenza regionale capace di orientare l’agenda dell’Alleanza verso il proprio vicinato: il Mar Nero, il Caucaso, il Mediterraneo orientale e, appunto, il Golfo. Le sue industrie della difesa — Baykar, TUSAŞ, Roketsan — sono ormai fornitori affermati anche per alleati europei, e questo le dà una leva negoziale che la Turchia non aveva ai tempi del vertice di Istanbul del 2004.

Vi è però anche un secondo livello di lettura, meno rassicurante. Mentre la NATO tenta di allargare il proprio raggio d’influenza verso sud, in Medio Oriente si sta consolidando in parallelo un’architettura di sicurezza alternativa e informale, promossa da Israele: quello che il primo ministro Netanyahu ha definito una sorta di esagono strategico che collegherebbe Israele con India, Grecia, Cipro e altri partner regionali, su assi di cooperazione marittima, tecnologica e d’intelligence.

Il Golfo, insomma, non sta scegliendo di entrare nell’orbita atlantica: sta piuttosto diversificando le proprie coperture, tenendo aperti più canali — la NATO, il Regno Unito, la Turchia, il Pakistan — senza vincolarsi a nessuno in modo esclusivo. Ankara 2026 rischia dunque di produrre più un annuncio di intenti che una vera e propria trasformazione strutturale dell’Alleanza.

Riarmo europeo, paura americana

Il vertice di Ankara si tiene sotto l’ombra lunga di una decisione presa a inizio maggio : il Pentagono, per ordine del segretario alla Guerra Pete Hegseth, ha annunciato il ritiro di circa 5.000 militari statunitensi dalla Germania nell’arco di sei-dodici mesi, il primo taglio di questa portata dai tempi del tentativo, mai completato, di Trump nel suo primo mandato.

Il contesto immediato è la frizione tra Washington e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che aveva criticato la gestione americana della guerra contro l’Iran definendola una «umiliazione» per gli Stati Uniti. Trump ha risposto invitando Merz a occuparsi del proprio Paese anziché «interferire», e ha continuato a definire la NATO, in più occasioni, una «tigre di carta». Ma il ritiro non è soltanto ritorsione politica: si inserisce in una revisione più ampia della postura militare americana in Europa, guidata da vincoli di bilancio interni e dalla priorità crescente attribuita all’Indo-Pacifico.

Il generale Alexus Grynkewich , comandante supremo alleato in Europa, ha confermato a fine maggio che l’Europa deve aspettarsi ulteriori ritiri, definendo la ricollocazione delle forze statunitensi un processo che si protrarrà «per diversi anni», in parallelo al rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza. Alla riduzione degli effettivi si somma un problema più immediato per gli alleati impegnati sul fianco orientale: il Pentagono ha avvertito che le consegne di armamenti subiranno ritardi, poiché gli Stati Uniti devono ricostituire le proprie scorte dopo l’impiego bellico contro l’Iran. Regno Unito, Polonia e Lituania sono tra i Paesi che attendono sistemi HIMARS e NASAMS già ordinati, mentre l’Ucraina affronta una carenza critica di intercettori Patriot.

Il segnale più inquietante per le cancellerie europee, tuttavia, non riguarda la Germania ma la sospensione, a metà maggio, della rotazione della 2ª Brigata corazzata verso la Polonia: quattromila soldati già in fase avanzata di preparazione, con mezzi in transito verso il Suwłki Gap, il corridoio considerato più vulnerabile dell’intero fianco orientale per la sua prossimità all’exclave russa di Kaliningrad. È la prima volta che un dispiegamento viene fermato a equipaggiamento già in movimento, e diversi analisti lo hanno letto come un vero e proprio test di tenuta dell’autonomia strategica europea.

Circolano, inoltre, indiscrezioni su una revisione più profonda dell’impegno diplomatico americano verso gli alleati europei, comprese ipotesi — riportate ma non confermate ufficialmente — di un riesame del sostegno statunitense ai possedimenti d’oltremare di alcuni Paesi europei e persino di una sospensione della Spagna dall’Alleanza. Vere o meno nella loro formulazione precisa, queste voci fotografano un clima in cui nulla, nei rapporti tra Washington e i propri alleati storici, appare più scontato.

La risposta europea al progressivo disimpegno americano ha preso, fin qui, la forma di un impegno finanziario senza precedenti nella storia dell’Alleanza. L’accordo dell’Aja del giugno 2025 fissa un doppio binario: almeno il 3,5% del PIL destinato alle capacità militari propriamente dette — truppe, equipaggiamento, obiettivi di capacità concordati con la NATO — e fino a un ulteriore 1,5% per infrastrutture critiche, cyberdifesa, resilienza civile e base industriale della difesa.

La Germania è il caso più emblematico di questa svolta: nel 2025 il Bundestag ha modificato la propria Costituzione per allentare il freno costituzionale al debito (Schuldenbremse), aprendo la strada a un aumento della spesa militare che, secondo le proiezioni del governo Merz, dovrebbe superare il 3% del PIL entro il 2027 — una soglia impensabile fino a pochi anni fa per un Paese che aveva fatto della prudenza fiscale un tratto identitario dal dopoguerra.

Anche la Polonia, già prima dell’Aja, aveva portato la propria spesa al 4,7% del PIL, la percentuale più alta tra gli alleati europei; le repubbliche baltiche, esposte più di chiunque altro alla minaccia russa, hanno spinto perché il nuovo target fosse vincolante e non meramente indicativo. Il Regno Unito di Keir Starmer si è impegnato a raggiungere il 5% entro il 2035, con la stessa suddivisione 3,5/1,5 concordata a livello collettivo .

Restano, tuttavia, due ordini di problemi che il solo annuncio del 5% non risolve. Il primo è fiscale: diverse tra le maggiori economie dell’Alleanza — Francia, Italia — affrontano già livelli di debito pubblico che le agenzie di rating giudicano problematici, e finanziare un raddoppio della spesa militare senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici richiederà scelte politiche impopolari, non semplici dichiarazioni di intenti. Il secondo è industriale: aumentare gli stanziamenti non equivale automaticamente ad aumentare le capacità reali, se le filiere produttive europee restano frammentate e in parte dipendenti da componenti e tecnologie statunitensi.

Il caso spagnolo, già richiamato, mostra inoltre che l’unanimità formale sul 5% nasconde divergenze reali sul come e sul perché spendere: Madrid non contesta la necessità di rafforzare le proprie capacità, ma rifiuta l’idea che la percentuale del PIL sia di per sé la misura corretta della sicurezza, preferendo parlare di «autonomia strategica» e di una spesa «migliore» piuttosto che meramente più alta. È una crepa piccola, ma reale, nella narrazione di un’Europa compatta di fronte al ritiro americano.

Quindi, che ne sarà della NATO?

Chi sostiene che la NATO si stia avviando verso una progressiva dissoluzione può appoggiarsi a indizi concreti, non a semplici sensazioni. Il ritiro di truppe dalla Germania, per quanto numericamente limitato, è accompagnato da segnali politici ben più pesanti: un presidente americano che definisce pubblicamente l’Alleanza «sostanzialmente inutile», che condiziona il proprio sostegno all’articolo 5 a interpretazioni ambigue, e che usa la presenza militare come leva negoziale nelle dispute commerciali con gli alleati europei.

A questo si aggiunge un comunicato dell’Aja volutamente reticente su Russia, Cina e Ucraina — un silenzio che, secondo questa lettura, non è prudenza diplomatica ma incapacità di trovare un consenso reale su questioni che un tempo definivano l’identità stessa dell’Alleanza. Se la NATO non riesce più a dire, collettivamente, chi sia la minaccia principale, sostengono i sostenitori di questa tesi, ha già perso la propria funzione originaria di comunità strategica, riducendosi a un contenitore giuridico svuotato del proprio contenuto politico.

Vi è poi l’argomento della frammentazione periferica: la crescente cooperazione israeliana con India, Grecia e Cipro al di fuori dei canali NATO, la ricerca turca di margini di manovra autonomi rispetto all’Alleanza — come ammesso dallo stesso ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, secondo cui nessuno può più permettersi di operare «in pilota automatico» con un’unica alleanza come principio organizzatore — suggeriscono che i singoli membri stiano già costruendo reti di sicurezza parallele, in previsione di un giorno in cui la garanzia atlantica non basterà più.

La lettura opposta non nega nessuno di questi fatti, ma li interpreta diversamente: non come sintomi di dissoluzione, bensì come le doglie di una riconfigurazione strutturale già in corso. Il generale Grynkewich lo ha detto in termini quasi tecnici : mano a mano che il pilastro europeo si rafforza, gli Stati Uniti possono ritirare capacità e destinarle ad altre priorità globali, senza che questo implichi un abbandono della funzione di deterrenza.

In questa chiave, il salto dal 2% al 5% del PIL non è un palliativo cosmetico ma il prezzo reale di una NATO in cui l’Europa assume finalmente la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale, lasciando a Washington un ruolo di garante ultimo piuttosto che di primo intervento. Le forze baltiche, polacche ed estoni hanno già costruito, secondo lo stesso comandante alleato, una capacità di combattimento terrestre sostanzialmente superiore a quella del 2022: la ripartizione dei compiti, insomma, starebbe già cambiando nei fatti, non solo negli annunci.

Anche l’apertura verso il Golfo, in questa lettura, non indebolisce l’Alleanza ma ne amplia il perimetro funzionale, trasformando un patto di difesa territoriale nato nel 1949 in un’architettura di sicurezza più flessibile, capace di includere partenariati asimmetrici senza allargare formalmente i propri confini giuridici. La stessa persistenza del paradosso turco — un alleato scomodo ma indispensabile, come lo ha definito il Modern War Institute — sarebbe la prova che la NATO ha sempre saputo accogliere al proprio interno tensioni irrisolte senza per questo disgregarsi.

D’altronde, la Turchia ha superato decenni di dispute con l’Alleanza perché quest’ultima l’ha sempre trovata troppo utile per perderla, mentre Ankara ha sempre trovato la NATO troppo preziosa per abbandonarla — un equilibrio di reciproca necessità più che di affinità ideologica, ma proprio per questo più resistente alle oscillazioni della politica interna dei singoli membri.

Le due tesi non sono, a ben vedere, del tutto incompatibili. È possibile — probabile, anzi — che la NATO del 2030 sopravviva formalmente come struttura giuridica e come sede di consultazione, ma che il suo baricentro operativo si sia spostato in modo permanente: meno Washington, più capitali europee; meno automatismo transatlantico, più coalizioni funzionali a geometria variabile, di cui l’apertura al Golfo è un primo esempio embrionale. Questo scenario non è né la dissoluzione temuta dai pessimisti né la continuità rassicurante evocata nei comunicati ufficiali: è una terza cosa, per cui manca ancora un nome consolidato, ma che già alcuni analisti chiamano, provvisoriamente, «europeizzazione» dell’Alleanza.

Il rischio maggiore, in questo processo, non è tanto un collasso improvviso quanto un logoramento silenzioso: un’Alleanza che continua a esistere sulla carta, che continua a tenere vertici e a produrre dichiarazioni, ma la cui capacità di azione collettiva si erode vertice dopo vertice, fino a un punto in cui la domanda posta nel titolo di questo contributo perderà di senso, perché la NATO sarà già diventata, di fatto, qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che i suoi fondatori avevano immaginato a Washington nel 1949.

Ankara non offrirà una risposta definitiva, ma, forse, solo il prossimo dato utile per misurare la velocità di questa trasformazione.

Published: Modified: Back to Voices