La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce Segue nostro Telegram . Più lavoro, più sofrtuna Nella giornata del 13 maggio, in Senato, Giorgia Meloni ha regalato al Paese una delle dichiarazioni economicamente più confuse e politicamente più rivelatrici degli ultimi anni. Nel tentativo di giustificare l’aumento della pressione fiscale sotto il suo governo, la Presidente del Consiglio ha sostenuto che le tasse non sarebbero aumentate, ma che semplicemente “più persone lavorano” e quindi lo Stato incassa di più. Una spiegazione che, a voler essere generosi, sfiora il grottesco. A voler essere onesti, rappresenta invece l’ennesimo tentativo di manipolare il linguaggio economico per nascondere una realtà molto semplice: gli italiani stanno pagando di più mentre il governo racconta il contrario.
Meloni ha dichiarato: “La pressione fiscale aumenta perché più gente lavora. Questo governo non ha aumentato le tasse, le ha diminuite”.
Il problema è che qui non siamo davanti a un’opinione politica discutibile, ma a un errore elementare di logica economica. O peggio ancora, a una mistificazione deliberata. Perché la Presidente continua a confondere — o finge di confondere — due concetti completamente diversi: gettito fiscale e pressione fiscale.
Il gettito fiscale è la quantità totale di denaro che lo Stato incassa attraverso tasse, contributi e imposte. È un valore assoluto. Se più persone lavorano, è normale che il gettito aumenti, perché aumentano i redditi tassati.
La pressione fiscale, invece, è un rapporto: misura quanto peso fiscale grava sulla ricchezza prodotta complessivamente dal Paese. In altre parole, indica quanta parte del lavoro collettivo degli italiani viene assorbita dallo Stato. Se aumenta il numero di lavoratori, aumenta anche il PIL, cioè la ricchezza prodotta. E allora, se davvero le tasse diminuiscono, la pressione fiscale dovrebbe restare stabile o addirittura scendere.
Se invece cresce, come sta accadendo oggi, significa una sola cosa: lo Stato sta prelevando una quota maggiore della ricchezza prodotta. Altro che “meno tasse”.
Per spiegarlo non servirebbe nemmeno una laurea in economia. Basterebbe un minimo di onestà intellettuale. Immaginiamo un condominio con dieci famiglie. Ognuna produce mille euro di ricchezza l’anno: il totale è diecimila euro. L’amministratore del palazzo, cioè lo Stato, trattiene il 43%: 4300 euro. Questa è la pressione fiscale.
Ora entrano altre cinque famiglie. Più lavoratori, più produzione, più ricchezza. Il totale sale a 15.000 euro. Se davvero le tasse fossero diminuite, l’amministratore dovrebbe accontentarsi di una quota più bassa: il 40%, il 38%, magari il 35%.
Ma non è ciò che accade. Lo Stato continua a trattenere il 43%, anzi di più. Arriva al 44%. Questo significa che il governo si sta prendendo una fetta più grande di una torta più grande. È matematica elementare, non propaganda.
Eppure Meloni continua a raccontare il contrario, contando probabilmente sul fatto che il dibattito pubblico italiano sia ormai ridotto a slogan, semplificazioni e tifoserie. Antonio Gramsci aveva descritto perfettamente questo meccanismo quando parlava di egemonia culturale: il potere non domina soltanto attraverso le leggi o la forza economica, ma soprattutto imponendo una narrazione capace di trasformare l’assurdo in senso comune. Se si ripete abbastanza volte che “le tasse non aumentano”, anche davanti ai numeri che dimostrano il contrario, una parte dell’opinione pubblica finirà per accettarlo come vero. Il Governo, fa, il Governo dice Ed è qui che il discorso diventa ancora più grave, perché questa non è soltanto una questione tecnica. È una questione politica e sociale. Karl Marx spiegava che lo Stato, nelle società capitalistiche, tende a presentarsi come arbitro neutrale mentre in realtà opera spesso per preservare gli equilibri di potere esistenti. Oggi vediamo esattamente questo fenomeno: mentre si chiedono sacrifici ai lavoratori dipendenti e ai ceti medi, si continua a proteggere grandi patrimoni, rendite e interessi economici consolidati. Il risultato è che il peso fiscale reale continua a gravare soprattutto su chi produce reddito attraverso il lavoro.
La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce. Non è un caso che milioni di italiani abbiano la sensazione concreta di essere più poveri pur lavorando di più. Perché è esattamente ciò che sta accadendo.
E allora restano davvero solo due possibilità. La prima è che la Presidente del Consiglio non comprenda il significato della pressione fiscale, e sarebbe gravissimo. La seconda è che lo comprenda benissimo ma scelga scientemente di deformare la realtà per ragioni propagandistiche, confidando nella scarsa alfabetizzazione economica del Paese. E questa sarebbe persino peggiore.
In entrambi i casi emerge un problema enorme: un governo che pretende di guidare una nazione moderna non può basare la propria comunicazione su slogan che crollano davanti a una semplice divisione matematica. Perché quando il potere politico arriva a negare persino l’evidenza numerica, allora non siamo più nel campo della propaganda ordinaria, ma in quello della costruzione artificiale della realtà.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda: non tanto l’errore economico in sé, quanto la pretesa di trasformarlo in verità politica attraverso la ripetizione continua. Gramsci lo avrebbe definito un tentativo di egemonia culturale. Marx lo avrebbe chiamato mistificazione ideologica. I cittadini, più semplicemente, lo chiamano prendere in giro il Paese.