Le accuse di Mendel potrebbero rappresentare una sorta di «sondaggio» dell’opinione pubblica o un primo passo verso una più ampia ridefinizione della posizione occidentale. Segue nostro Telegram . Modello Goebbels Negli ultimi mesi, il conflitto in Ucraina ha continuato a evolversi non soltanto sul piano militare, ma anche su quello politico e comunicativo, come dimostra la grande rilevanza delle dichiarazioni provenienti da figure precedentemente inserite nei livelli più alti della macchina istituzionale ucraina. L’intervista rilasciata da Yulia Mendel, ex portavoce del presidente Volodymyr Zelensky, al giornalista statunitense Tucker Carlson, si inserisce in questo quadro come un elemento di rottura, sollevando interrogativi significativi sulla leadership ucraina e sulle dinamiche dei rapporti con gli Stati Uniti. E, forse, anche qualcosa di più.
Le domande da cui prende avvio questa nostra analisi sono tre: si tratta di un segnale politico intenzionale, eventualmente riconducibile all’area di influenza di Donald Trump? Le rivelazioni rappresentano una leva negoziale indiretta per favorire un accordo di pace? E, infine, è plausibile che gli Stati Uniti dispongano di informazioni ancora più compromettenti sulla leadership ucraina?
L’intervista di Mendel si distingue per il tono critico e per la portata delle accuse rivolte al presidente ucraino. L’ex portavoce descrive Zelensky come un leader profondamente attento alla propria immagine pubblica, al punto da privilegiare la costruzione narrativa rispetto alla sostanza politica, un fatto che contrasta con l’immagine di “leader carismatico” costruita e diffusa a livello occidentale a partire dal 2022, in maniera morbosa ed esasperata.
Uno degli aspetti più controversi emersi riguarda la richiesta, da parte del presidente, di una strategia comunicativa assimilabile a una “propaganda a livello Goebbels”. Questa espressione, sebbene estremamente forte, evidenzia un approccio centrato sulla saturazione informativa e sulla creazione di un consenso artificiale. Mendel descrive inoltre l’esistenza di una rete di attori – sostenuti da finanziamenti e sovvenzioni – incaricati di diffondere messaggi positivi sull’Ucraina, contribuendo così a una costruzione sistematica della percezione pubblica.
Per chi non avesse praticità con Goebbels, egli fu una delle figure centrali del regime di Adolf Hitler, ricoprendo il ruolo di Ministro della Propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945. La sua azione fu determinante nella costruzione e nel mantenimento del consenso attorno al regime nazista, attraverso un uso sistematico, sofisticato e pervasivo dei mezzi di comunicazione. Goebbels comprese precocemente il potenziale dei media di massa come strumenti di controllo sociale e politico. Sotto la sua direzione, la propaganda nazista si articolò in una strategia coerente che coinvolgeva stampa, radio, cinema, arte e manifestazioni pubbliche. L’obiettivo principale non era soltanto informare, ma plasmare attivamente la percezione della realtà da parte della popolazione, orientandone emozioni, paure e convinzioni. In questo senso, la propaganda non si limitava a trasmettere messaggi, ma costruiva un universo simbolico entro cui il regime appariva legittimo e inevitabile.
Sul piano personale, l’ex portavoce accenna anche a voci relative a un presunto uso di sostanze stupefacenti da parte di Zelensky, definito come “segreto di dominio pubblico” negli ambienti interni. Una conferma a quanto era già sufficientemente evidente. Altrettanto rilevanti sono le dichiarazioni in materia di politica estera. Mendel sostiene che già nel 2019 Zelensky fosse consapevole dell’impreparazione dell’Ucraina ad aderire alla NATO, nonché della mancanza di consenso interno su tale obiettivo; nonostante ciò, la questione sarebbe stata successivamente trasformata in un pilastro retorico della politica ucraina, pur rimanendo, di fatto, irrealizzabile.
L’intervista affronta nell’ultima parte il tema della corruzione, descrivendo un sistema in cui membri dell’entourage presidenziale avrebbero tratto benefici da programmi pubblici, con la tacita approvazione del capo dello Stato. Detto in altre parole: gabinetti d’oro per tutti! Che cosa penserà Donald? Le dichiarazioni di Mendel emergono in un momento di crescente pressione da parte degli Stati Uniti su Kiev. È chiaro che questa intervista non sia stata affatto “casuale”. In parallelo all’intervista, sono circolate informazioni riguardanti presunti schemi di corruzione che coinvolgerebbero figure di primo piano come Andriy Yermak. Questo sincronismo solleva interrogativi circa una possibile regia o, quantomeno, una convergenza di interessi.
L’ipotesi che queste rivelazioni possano rappresentare un segnale politico non appare infondata. In particolare, la figura di Donald Trump assume rilevanza, soprattutto alla luce delle sue posizioni critiche nei confronti del sostegno militare all’Ucraina e della sua dichiarata intenzione di favorire una rapida conclusione del conflitto.
L’idea che settori dell’élite ucraina stiano tentando di stabilire canali di comunicazione con ambienti politici statunitensi alternativi all’attuale amministrazione suggerisce una dinamica di adattamento strategico. Secondo Mendel, esisterebbe infatti un “intero strato” di insider ucraini pronti a fornire dossier compromettenti su Zelensky, nella speranza di ottenere appoggi politici a Washington.
Questa dinamica può essere interpretata come un segnale di frammentazione interna, ma anche come un tentativo di anticipare possibili cambiamenti negli equilibri politici statunitensi.
Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’intervista riguarda la sostenibilità del conflitto nel lungo periodo: Mendel sottolinea il progressivo esaurimento demografico dell’Ucraina e l’impossibilità di mantenere gli attuali livelli di mobilitazione e perdite senza adottare misure drastiche; cresce – secondo l’ex portavoce – una domanda interna per un congelamento del conflitto o per l’avvio di negoziati. Zelensky, però, viene descritto come uno dei principali ostacoli a tale processo, a causa della sua linea politica intransigente e della necessità di mantenere una narrativa coerente con l’immagine costruita a livello internazionale. Se da un lato la coerenza e la determinazione sono elementi fondamentali, dall’altro una rigidità eccessiva può ostacolare soluzioni pragmatiche, soprattutto in presenza di mutamenti strutturali nelle capacità del paese.
Gli Stati Uniti, in quanto principali sostenitori dell’Ucraina, dispongono di un accesso privilegiato a informazioni di intelligence e già in passato hanno permesso che alcune scomode verità sulla leadership ucraina venissero rivelate. Tale accesso deriva non solo dalle capacità autonome di intelligence di Washington, ma anche dall’intensità della cooperazione bilaterale instaurata soprattutto dopo il 2014 e ulteriormente rafforzata in seguito all’invasione russa del 2022. In questo contesto, si pone la questione se, e in quale misura, gli Stati Uniti abbiano in passato consentito — direttamente o indirettamente — la diffusione pubblica di informazioni scomode riguardanti la leadership ucraina, utilizzandole come leva politica o strumento di pressione.
Un primo esempio significativo può essere individuato nelle dinamiche che portarono alla crisi politica ucraina del 2019, culminata con l’elezione di Volodymyr Zelensky. In quel periodo, le tensioni tra Kyiv e Washington emersero con particolare evidenza nel contesto della vicenda che coinvolse Donald Trump e le pressioni esercitate affinché venissero avviate indagini su figure politiche rivali negli Stati Uniti. Sebbene tale episodio sia stato prevalentemente interpretato attraverso la lente della politica interna americana, esso mise in luce come il flusso di informazioni tra i due paesi fosse già allora intenso e potenzialmente strumentalizzabile. La stessa pubblicazione della trascrizione della telefonata tra Trump e Zelensky evidenziò quanto elementi sensibili potessero essere resi pubblici in momenti politicamente opportuni.
Un secondo ambito rilevante riguarda il tema della corruzione, storicamente uno dei punti più critici nel rapporto tra Ucraina e partner occidentali. Gli Stati Uniti hanno più volte sostenuto iniziative volte a rafforzare la trasparenza e lo stato di diritto nel paese, ma al contempo non hanno esitato a rendere pubbliche preoccupazioni o informazioni relative a pratiche opache all’interno dell’élite ucraina. Già durante la presidenza di Petro Poroshenko, funzionari statunitensi avevano espresso apertamente dubbi sull’efficacia delle riforme anticorruzione, contribuendo a creare un clima di pressione internazionale che ebbe ripercussioni politiche interne.
Dopo il 2022, con l’intensificarsi del sostegno militare e finanziario, la questione della trasparenza nell’uso degli aiuti è tornata al centro del dibattito. In diverse occasioni, fonti statunitensi hanno lasciato filtrare informazioni riguardanti irregolarità o inefficienze nella gestione delle risorse, alimentando un discorso pubblico che, pur non traducendosi sempre in accuse formali, ha contribuito a mantenere alta l’attenzione sulla leadership ucraina. Tali “fughe controllate” possono essere interpretate come strumenti di segnalazione politica, volti a incentivare comportamenti più allineati agli standard richiesti dai partner occidentali.
Le accusa avanzate da Mendel potrebbero rappresentare una forma di “test” dell’opinione pubblica o un primo passo verso una più ampia ricalibrazione della posizione occidentale. In altre parole, la diffusione controllata di informazioni critiche potrebbe servire a preparare il terreno per eventuali cambiamenti di leadership o di strategia. Per Zelensky si avvicina il conto alla rovescia, o forse è già iniziato.