Il corridoio di Zangezur cambia nome e padrone. Il Caucaso meridionale esce dall’orbita russa, l’Iran perde il transito verso il Caspio, Pechino registra il nuovo nodo regolatorio occidentale lungo la propria via centrale. Cronaca e lettura di un atto che ridisegna l’Eurasia. Segue nostro Telegram . Marco Rubio atterra all’aeroporto internazionale di Zvartnots nel tardo pomeriggio del 26 maggio 2026, di ritorno da Nuova Delhi. La sosta era programmata per poco più di un’ora, il tempo di una stretta di mano e di tre firme con il ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan. Nessun incontro formale con il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, nessuna conferenza stampa congiunta in Sala dei Marmi, nessun cerimoniale di Stato. Eppure quell’ora vale, per peso geopolitico, quanto un decennio di trattative del passato. Sul tavolo del terminal di Erevan il Segretario di Stato statunitense ha apposto la firma su tre atti che, letti insieme, riconfigurano il Caucaso meridionale: la Carta del Partenariato Strategico Globale, l’Accordo Quadro sulla cooperazione strategica relativa al TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), il Memorandum sui minerali critici e le terre rare.
A tredici giorni dalle elezioni legislative del 7 giugno, Washington consegna al governo Pashinyan una cornice di sicurezza, un’infrastruttura di transito e una via di valorizzazione del sottosuolo. Erevan consegna a Washington, in cambio, la chiave del Syunik: la sottile striscia meridionale che corre parallela al confine iraniano e che per la durata di una concessione quasi secolare diventerà rotta gestita da una società di diritto armeno controllata al 74 per cento da una controllata della US International Development Finance Corporation. L’ora di Zvartnots: cosa è stato firmato Il primo documento è la Charter on Comprehensive Strategic Partnership. Un testo che eleva formalmente la cooperazione bilaterale al rango più alto previsto dalla diplomazia americana, coprendo diplomazia, difesa, commercio, energia (con esplicito riferimento al nucleare civile e ai reattori modulari), intelligenza artificiale, semiconduttori, terre rare, istruzione e scambi culturali. Prevede l’istituzione di una Comprehensive Strategic Partnership Commission con riunioni periodiche.
Il secondo è il Framework Agreement on Strategic Cooperation Concerning TRIPP. Codifica la creazione della TRIPP Development Company, joint stock company di diritto armeno, partecipata al 74 per cento dalla TDC US — controllata interamente della DFC, costituita nel Delaware — e al 26 per cento dallo Stato armeno. La concessione iniziale è di 49 anni; il rinnovo opzionale di altri 50 porta il termine massimo a 99 anni, con la quota armena che salirebbe al 49 per cento. Un secolo abbondante di gestione americana lungo l’estremo confine sud-orientale dell’Eurasia ex sovietica.
Il terzo è il Framework Memorandum on Securing Supply in Mining and Processing of Critical Minerals and Rare Earths, che apre il sottosuolo armeno — rame, molibdeno, zinco, ferro, terre rare del Syunik — all’investimento e alla catena di fornitura statunitense, in chiave di sganciamento dall’egemonia mineraria cinese.
«Lei, il Primo Ministro e tutta la sua squadra qui in Armenia stanno aprendo la strada verso un futuro più luminoso e più indipendente per l’Armenia»: così Rubio nel breve scambio con Mirzoyan, riportato dall’agenzia armena Armenpress e ripreso da Reuters. Il riferimento al voto del 7 giugno è esplicito: il sostegno al «coraggio, alla visione, alla dedizione» del governo uscente è un endorsement diplomatico in piena regola. Mirzoyan, da parte sua, ha parlato di relazioni «storicamente senza precedenti» tra i due Paesi. È il modello-Budapest applicato a Erevan: una visita di alto profilo a ridosso delle urne, una firma carica di significato simbolico, una sponsorizzazione che non si nasconde. Cosa è il TRIPP La sigla è battezzata in onore del presidente americano in carica, ma la sostanza è quella che dal Novecento la geografia caucasica chiama «corridoio di Zangezur»: i 43 chilometri della provincia armena meridionale del Syunik che separano l’Azerbaigian propriamente detto dall’exclave del Nakhchivan, in territorio armeno ma a ridosso della frontiera iraniana lunga 44 chilometri. Un fazzoletto di terra che da almeno tre decenni è il punto di frizione fra Erevan, Baku e Teheran. La guerra dei 44 giorni dell’autunno 2020 e l’esodo degli armeni dell’Artsakh nel settembre 2023 hanno cambiato il rapporto di forza regionale; il summit della Casa Bianca dell’8 agosto 2025, con Trump, Aliyev e Pashinyan fianco a fianco, ne ha sancito la conversione politica. L’Implementation Framework firmato il 13 gennaio 2026 dallo stesso Rubio con Mirzoyan a Washington ha messo nero su bianco la struttura societaria. Il 26 maggio è il sigillo.
Sarà rotta multimodale: ferrovia a scartamento standard, autostrada, gasdotto, oleodotto, linea elettrica, fibra ottica. Il modello operativo è quello «front office / back office»: la riscossione delle tariffe e la gestione dei flussi digitali a operatori privati americani, dogane, immigrazione, ordine pubblico e fiscalità formalmente di competenza armena. Il governo Pashinyan ribadisce in ogni paragrafo del testo «il pieno rispetto della sovranità armena, dell’integrità territoriale e della giurisdizione». Una parte significativa dell’opposizione e della società civile armena obietta che la concessione novantennale, la quota di controllo al 74 per cento e la giurisdizione del Delaware sulla holding ricordano altri schemi storici: la Zona del Canale di Panama del 1903-1979, le concessioni minerarie britanniche in Iran prima della nazionalizzazione del 1951.
Il sondaggio MPG Gallup International condotto dopo il summit di Washington dell’agosto 2025 indicava un 58,9 per cento di armeni contrari al TRIPP. Il governo punta sulla campagna delle «occasioni economiche perdute» per ribaltare il dato: il volume di transito merci ipotizzato a regime supererebbe i 100 miliardi di dollari all’anno, con riduzione del tempo Cina-Europa da 18 a 12 giorni rispetto alla rotta via Suez. Il significato per l’Eurasia: la rotta che spezza Il TRIPP non è una variante locale di un corridoio fra tanti. È il tassello che mancava al Middle Corridor (Trans-Caspian International Transport Route) per chiudere il continuum infrastrutturale fra Asia Centrale ed Europa bypassando sia la Russia che l’Iran. Saldando il Caspio all’Anatolia attraverso il Syunik, il sistema permette alle merci kazake, uzbeke e cinesi di raggiungere Trieste o Rotterdam senza passare dai gasdotti russi della Pianura Sarmatica né dai porti iraniani del Golfo Persico. Per Washington, è la realizzazione operativa di un disegno avviato negli anni Novanta dalla dottrina Brzezinski: «Chi controlla l’Eurasia controlla il mondo», scriveva l’ex consigliere per la sicurezza nazionale americana in La grande scacchiera, e il fulcro di quella scacchiera è il «Balcone Eurasiatico», la fascia che da Istanbul porta al Xinjiang.
Il colpo strutturale lo subisce il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), il progetto avviato nel 2000 fra Russia, Iran e India per collegare Mumbai a San Pietroburgo attraverso il porto iraniano di Bandar Abbas, l’Iran centrale, il Mar Caspio e il territorio russo. L’India ha investito a Chabahar circa 120 milioni di dollari per la gestione del terminale Shahid Beheshti, completando i pagamenti entro gennaio 2026 secondo quanto riferito dal Sunday Guardian del 16 gennaio. Il calcolo strategico era duplice: aggirare il rivale Pakistan, e dare al Sud globale una rotta di trasporto non vulnerabile alle sanzioni occidentali. Se il transito dal Caspio al Mediterraneo non passa più dall’Iran, il valore strategico di Chabahar e dell’INSTC viene drasticamente ridimensionato.
Il Corridoio Centrale cinese, invece, non viene cancellato. Si innesta sul TRIPP, ma con un caveat: il nodo regolatorio occidentale lungo i 43 chilometri del Syunik introduce nella catena logistica eurasiatica standard di tracciabilità, regole di esportazione e meccanismi di controllo che possono essere attivati selettivamente. Pechino, che nell’agosto 2025 ha siglato un proprio partenariato strategico con Erevan, osserva. Tace, calcola, gioca su tempi lunghi. È quella «strategic patience» di cui l’Armenian Weekly del febbraio 2026 ha scritto in riferimento alla postura cinese sul dossier. Lo sguardo di Mosca: il divorzio civile A Mosca la reazione è stata pronta e calibrata su due livelli. Sul piano della retorica politica, il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il 25 maggio ha avvertito che il prezzo «più che preferenziale» del gas russo all’Armenia (oggi 165-177,5 dollari per mille metri cubi, contro i 400-600 della media europea) potrebbe essere rivisto se Erevan continuerà sulla traiettoria di adesione all’Unione Europea e dovesse formalizzare l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica. Sergeij Lavrov, nella visita a Erevan del 21 maggio, aveva denunciato il tentativo occidentale di «trascinare l’Armenia in un campo antirusso». Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, Dmitri Medvedev, ha alzato il tiro a RIA Novosti: «Pashinyan ha apertamente intrapreso la rottura con la Russia», trascinando il Paese «sulla via dell’Ucraina banderista». La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, il 26 maggio stesso, ha mantenuto un registro più sorvegliato: «Ci concentriamo sullo sviluppo economico e umanitario delle relazioni con l’Armenia, sulla soluzione delle questioni di sicurezza in questa regione sulla base del rispetto reciproco».
Sul piano delle ritorsioni concrete, il quadro è già operativo. Rosselkhoznadzor ha annunciato il blocco delle importazioni di fiori, acqua minerale, frutta e brandy armeni; la Duma di Stato ha messo all’ordine del giorno la revisione delle agevolazioni tariffarie. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, il 26 maggio, ha ricordato i «benefici colossali» che l’Armenia trae dall’UEEA: PIL pro capite quasi raddoppiato dal 2014, gas a tariffa preferenziale, libera circolazione di merci e manodopera, accesso al mercato russo per oltre il 30 per cento delle esportazioni armene.
L’Armenia rimane strutturalmente dipendente. Gazprom Armenia, controllata al 100 per cento dal colosso russo, ha il monopolio del gas; l’80 per cento delle forniture energetiche e l’85 per cento del grano arrivano dalla Russia; le rimesse dei circa 700mila armeni che vivono nella Federazione Russa valgono dal 7 al 10 per cento del PIL. La sola perdita del prezzo preferenziale del gas costerebbe a Erevan circa 800 milioni di dollari l’anno. Mosca dispone, in altre parole, di leve materiali immediate. La domanda strategica è se intenda usarle fino in fondo, sacrificando l’integrazione formale per ottenere un riposizionamento o se preferisca contenere il danno, lasciare Erevan in una posizione di equilibrio precario e attendere il prossimo ciclo politico.
Vladimir Putin il 27-29 maggio è ad Astana per il vertice dell’UEEA: la sequenza temporale non è casuale, e segnala che Mosca intende riaffermare il proprio perimetro eurasiatico nello stesso momento in cui Washington pianta una bandiera nel Caucaso meridionale.
Lo sguardo di Teheran: una linea rossa indebolita
Per la Repubblica Islamica dell’Iran, il TRIPP è un colpo doppio. È un strategico, perché sterilizza i 44 chilometri di frontiera comune con l’Armenia, che fino al 2026 erano l’unico tratto eurasiatico in cui Teheran si affacciava direttamente su un Paese non turcofono e non ostile, garantendosi profondità geopolitica verso Nord. Ed è simbolico: l’installazione di una concessione americana a meno di trenta chilometri dal territorio iraniano, lungo un confine che per la dottrina di sicurezza repubblicana è sempre stato considerato cuscinetto vitale.
Le dichiarazioni di principio sono state ribadite. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, già nel settembre 2024, aveva avvertito che «qualsiasi minaccia da Nord, Sud, Est o Ovest all’integrità territoriale dei nostri vicini o il ridisegno dei confini è completamente inaccettabile ed è una linea rossa per l’Iran». Il consigliere della Guida Suprema, Ali Akbar Velayati, secondo quanto riportato da Iran International nel dicembre 2025, ha definito «il piano Trump per il Caucaso» come «non diverso dal corridoio di Zangezur», sostenendo che esso «crea le condizioni per la presenza della NATO a nord dell’Iran» e rappresenta «una seria minaccia alla sicurezza dell’Iran settentrionale e della Russia meridionale».
Eppure, nelle ore della firma del 26 maggio, da Teheran non è arrivata una condanna sostenuta. Tre fattori spiegano la cautela: la guerra; i negoziati di Doha sullo Stretto di Hormuz; la prospettiva di un’Armenia disposta a fungere da mediatore fra Teheran e Washington.
John Mearsheimer ha osservato più volte che il principio dell’«offensive realism» impone alle grandi potenze di reagire alla penetrazione di rivali nel proprio cortile di casa. Teheran lo sa: il problema è che dispone di un margine di manovra ridotto. La risposta più probabile sarà asimmetrica: rafforzamento dei legami con i gruppi politici e religiosi armeni anti-occidentali, attivazione dei canali con Mosca e Pechino nel formato «3+3», pressioni economiche e logistiche su Erevan attraverso il transito di gas e il commercio frontaliero. Pesa il monito di Costanzo Preve sulla sovranità dei piccoli Paesi nell’epoca dell’imperialismo unipolare: la sovranità formale viene preservata, quella sostanziale viene erosa attraverso meccanismi contrattuali, concessionari, regolatori. Lo sguardo di Pechino: la pazienza strategica La reazione cinese è quella che non c’è, e proprio per questo merita di essere letta. Il ministero degli Esteri della Repubblica Popolare non ha emesso un comunicato dedicato al 26 maggio. Il silenzio è strategia. Pechino, che ad agosto 2025 ha siglato a sua volta con Erevan un partenariato strategico e ha applicato lo stesso strumento ad Azerbaigian e Georgia, considera il TRIPP non come un’aggressione frontale al proprio progetto BRI ma come una variante regolatoria del Corridoio Centrale che alimenta da anni. Le merci cinesi continueranno a transitare per la rotta trans-caspica; ma transiteranno, in parte, attraverso un’infrastruttura il cui controllo regolatorio è americano.
La questione è quella che David Harvey definisce «accumulation by dispossession»: il capitale finanziario occidentale, attraverso lo strumento concessionario, si appropria di nodi infrastrutturali fisici che altri attori, Cina, Russia, Iran, hanno contribuito a creare o a immaginare. Pechino non risponde con una dichiarazione, ma con la diplomazia delle infrastrutture parallele: la linea ferroviaria Cina-Kirghizistan-Uzbekistan in costruzione, il rafforzamento del corridoio sino-pakistano-iraniano (CPEC esteso), il consolidamento della rotta artica con la Russia. La gara è di lungo periodo. Non si vince con un assalto, ma con la conquista molecolare e prolungata di posizioni intermedie. L’Italia, il Mediterraneo, l’assenza In tutto questo, l’Italia non figura. Non c’era a Erevan il 26 maggio; non figura nei partenariati firmati nelle settimane precedenti; non risulta nelle dichiarazioni dei principali protagonisti caucasici. Il 4-5 maggio scorso, quando si è tenuto a Erevan l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea e il primo summit bilaterale UE-Armenia, l’Italia ha avuto un ruolo nella delegazione comunitaria, ma senza la visibilità di Francia e Germania. Macron è andato a Erevan, ha siglato un partenariato strategico, ha promesso ricostruzione di tunnel e fornitura di sistemi antiaerei. Starmer per il Regno Unito ha firmato cooperazione su sicurezza e difesa. La Farnesina, no.
C’è una continuità preoccupante con la rinuncia italiana a esercitare il proprio peso specifico nel Caucaso meridionale, area che storicamente è snodo del Mediterraneo allargato. Quando Enrico Mattei costruì la politica energetica italiana negli anni Cinquanta, lo fece sapendo che la sovranità di un Paese si misura sulla capacità di scegliere i propri interlocutori energetici e logistici. Aldo Moro, nei suoi appunti carcerari, parlava della necessità di una politica estera italiana «autenticamente nazionale», non subordinata. Oggi quella tradizione non trova esecutori. Il TRIPP è un’opera infrastrutturale che ridisegna le rotte commerciali tra Asia ed Europa: dovrebbe terminare in qualche porto del Mediterraneo. La domanda di chi sia quel porto, e di quale ruolo possa giocare l’Italia nella valorizzazione del nuovo asse euroasiatico, non risulta posta. Né a Palazzo Chigi né alla Farnesina. Cui prodest Il quadro dei beneficiari è leggibile a strati. Al primo livello, gli Stati Uniti acquisiscono per un secolo una concessione gestita su una rotta strategica, pongono un’infrastruttura sotto controllo americano a meno di trenta chilometri dal territorio iraniano, si garantiscono accesso privilegiato a rame, molibdeno e terre rare del Syunik, ottengono un punto di osservazione e di proiezione sulla frontiera iraniano-russa, sigillano l’uscita armena dall’orbita di Mosca, sponsorizzano elettoralmente il governo Pashinyan. Al secondo livello, l’Azerbaigian chiude la continuità territoriale con il Nakhchivan, ottenendo per la prima volta dalla fine dell’Unione Sovietica un accesso terrestre garantito; la Turchia salda il continuum turcofono dall’Anatolia all’Asia Centrale, realizzando un disegno panturco che da Atatürk in poi è stato variabile di lungo periodo della politica estera di Ankara; Israele, alleato strategico di Baku e fornitore di armi avanzate, consolida la propria penetrazione caucasica. Al terzo livello, il governo armeno trasforma un asset geografico in capitale politico interno: Pashinyan si presenta alle urne del 7 giugno con la cornice atlantica al posto della vecchia tutela russa, scommettendo che gli elettori privilegino la promessa di sicurezza e modernizzazione rispetto al legame storico con Mosca. Naomi Klein ha descritto in Shock Economy il meccanismo per cui le transizioni geopolitiche radicali avvengono quasi sempre in finestre di crisi: l’Armenia post-Artsakh è esattamente quella finestra. Tre date che dicono cosa è già successo Per leggere il 26 maggio 2026 occorre tenere insieme tre date. L’8 agosto 2025, alla Casa Bianca, Trump fa stringere la mano a Pashinyan e Aliyev: la dichiarazione congiunta non è ancora un trattato di pace fra Armenia e Azerbaigian, ma è il varo del TRIPP come progetto politico. Il 13 gennaio 2026, a Washington, Rubio e Mirzoyan firmano l’Implementation Framework: la struttura societaria è definita, le quote sono fissate. Il 26 maggio 2026, a Erevan, l’accordo quadro è parafato e la Carta del Partenariato Strategico Globale è siglata.
Tre passi compiuti in nove mesi e mezzo. La velocità è anomala per la diplomazia caucasica, che storicamente procede per anni di negoziato e decenni di mediazione. L’accelerazione segnala che l’amministrazione Trump ha individuato nel TRIPP una priorità di politica estera prima delle elezioni di metà mandato del novembre 2026: i tempi della trasformazione li sceglie Washington. Pashinyan li accetta perché ne ha bisogno per il 7 giugno; Trump li impone perché ne ha bisogno per novembre. Mosca, Teheran e Pechino sono spinte a reagire dentro un calendario altrui.
Per i BRICS, per l’Iran, per l’Eurasia non occidentale, il TRIPP è un fatto compiuto. Ma non è la fine della partita: è l’apertura di una guerra di posizione che si combatterà nei prossimi vent’anni sulle norme di transito, sui regimi tariffari, sui contenziosi giuridici, sulle clausole di rinnovo, sulle proteste delle comunità del Syunik, sulle alleanze parlamentari armene, sulle catene logistiche alternative. Chi pensa che 99 anni siano per sempre dimentica che la Zona del Canale di Panama, anch’essa concessa per un secolo, fu restituita in settantasei. Le concessioni petrolifere britanniche in Iran, pensate per durare oltre il Duemila, furono nazionalizzate da Mossadeq nel 1951. La storia delle infrastrutture imperiali è la storia delle loro rinegoziazioni anticipate.
Il problema, semmai, è italiano. Il Belpaese non è in condizione di rinegoziare nulla perché non si è seduta al tavolo. Sigonella, oggi, sarebbe un porto del Mediterraneo dove far convergere il TRIPP. Non lo sarà. Lo saranno Pireo, Trieste senza decisione italiana, forse Marsiglia se Macron continua a giocare bene. L’assenza italiana non è un dettaglio: è la firma in negativo di un Paese che ha rinunciato a essere protagonista del proprio mare. Il Caucaso meridionale, oggi, è la materia prima di una rotta che porterà merci, capitali e influenza fino al Mediterraneo. La domanda, per chi ha responsabilità a Roma, è una sola: in quale porto.