La Mad Man Theory non è fallita, si è evoluta, e il palcoscenico su cui opera non è più il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma il terminal Bloomberg di ogni sala trading del mondo. Segue nostro Telegram . The Madman Theory C’è un pattern che i trader di tutto il mondo hanno imparato a riconoscere negli ultimi anni: una dichiarazione presidenziale americana notturna, i mercati asiatici che aprono in rosso, le materie prime energetiche in fibrillazione prima ancora che l’alba raggiunga Londra. L’epicentro, quasi sempre, è lo stesso: lo Stretto di Hormuz e la tensione permanente con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Non si tratta di episodi isolati o di reazioni estemporanee a crisi reali. Si tratta — come analizzeremo in questo testo — di qualcosa di strutturalmente più sofisticato: la trasformazione della minaccia geopolitica in strumento di volatilità finanziaria programmata. Un’arma silenziosa, difficile da provare, impossibile da querelare, ma devastante nei suoi effetti redistributivi sul capitale globale.
Per comprendere questo meccanismo, bisogna partire da lontano: dalla nascita di una dottrina strategica elaborata nei corridoi del Dipartimento di Stato americano negli anni Settanta, la cosiddetta Mad Man Theory, o Teoria del Pazzo.
La Madman Theory non nasce con Donald Trump. Nasce con Henry Kissinger e Thomas Schelling, due dei più influenti strateghi della Guerra Fredda. L’idea di fondo è semplice nella sua brutalità: convincere il nemico che il leader americano sia abbastanza folle da compiere azioni irrazionali, incluso il ricorso a armi nucleari, per ottenere concessioni diplomatiche o militari.
“Il valore della dottrina del pazzo risiede nella sua imprevedibilità. Se l’avversario pensa che tu sia capace di qualsiasi cosa, sarà più cauto nel provocarti”, scrisse Thomas Schelling in The strategy of conflict del 1960.
Richard Nixon tentò di applicarla durante la guerra del Vietnam, cercando di convincere i sovietici — e attraverso di loro il Vietnam del Nord — che fosse pronto all’escalation nucleare. L’operazione, nota come Operazione Duck Hook, fu un fallimento clamoroso: nessuno ci credeva davvero, e chi ci credeva non aveva sufficiente paura da cambiare comportamento.
Il problema strutturale della Madman Theory applicata da Nixon era duplice. Da un lato, la credibilità del leader: Nixon era visto dagli avversari come un politico pragmatico, non come un agente realmente imprevedibile. Dall’altro, la catena di comando americana — con i suoi pesi e contrappesi istituzionali — rendeva difficile per chiunque credere a un’escalation unilaterale. La dottrina restò sulla carta.
Cinquant’anni dopo, qualcosa è cambiato radicalmente. E non riguarda soltanto il carattere del presidente. Industrializzare la follia Con Donald Trump — nella sua prima presidenza e in modo ancora più evidente nella seconda — la Mad Man Theory subisce una trasformazione qualitativa. Non viene semplicemente applicata: viene industrializzata. Non è più una tattica usata occasionalmente nel grande gioco diplomatico: diventa il sistema operativo della comunicazione presidenziale, con le sue routine, i suoi cicli e i suoi effetti calcolabili.
La differenza rispetto a Nixon è sostanziale. Trump non deve convincere solo i governi stranieri: deve convincere — e lo fa con successo straordinario — i mercati finanziari globali. E i mercati, a differenza dei governi, reagiscono in millisecondi. Non hanno tempo per valutare l’affidabilità di una minaccia: reagiscono alla percezione del rischio, non alla sua realtà.
Questo è il nucleo della trasformazione: Trump ha capito — o i suoi consiglieri gli hanno fatto capire — che il vero potere della Madman Theory non sta nella deterrenza militare, ma nella capacità di generare volatilità finanziaria on demand.
Analizzando le principali crisi con l’Iran dal 2018 ad oggi, emerge un pattern ricorrente con una coerenza impressionante:
FASE 1 — Innesco: Un post su Truth Social o X (ex Twitter) nelle ore notturne americane, spesso con toni apocalittici. Le parole chiave variano — ‘severe consequences’, ‘maximum pressure’, ‘total annihilation’ — ma la struttura retorica è identica.
FASE 2 — Escalation dichiarativa: Nei giorni successivi, dichiarazioni di funzionari dell’amministrazione che amplificano il messaggio. Movimenti navali americani nel Golfo Persico. Sanzioni annunciate o minacciate.
FASE 3 — Shock energetico: Il prezzo del petrolio sale. Il Brent e il WTI mostrano spike significativi. I mercati assicurativi per le rotte dello Stretto di Hormuz aumentano i premi.
FASE 4 — Panico sui mercati: I futures reagiscono. I mercati azionari mostrano volatilità. I capitali si spostano verso asset rifugio: dollaro, oro, treasury americani.
FASE 5 — Retromarcia improvvisa: Senza apparenti ragioni, la tensione cala. Trump twitta di ‘grandi progressi’, un funzionario iraniano rilascia una dichiarazione ambigua, o semplicemente il silenzio presidenziale fa il suo lavoro. I mercati si riprendono.
Non è caos, è un pattern molto chiaro, e i pattern nei mercati finanziari valgono miliardi.
Per comprendere perché l’Iran sia lo scenario perfetto per questa strategia, bisogna capire l’importanza geopolitica dello Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, situato tra la penisola arabica e il territorio iraniano, è il collo di bottiglia energetico più critico del pianeta. Attraverso di esso transita una quota enorme della produzione petrolifera mondiale. Qualunque interruzione, reale o percepita come possibile, ha effetti immediati e globali sui prezzi dell’energia. Non è necessario che le petroliere vengano effettivamente attaccate: basta che i mercati assicurativi aumentino i premi, o che un portaerei americana cambi rotta, per innescare reazioni a catena.
Lo Stretto di Hormuz è l’interruttore dell’economia globale.
La catena causale è diretta e brutale nella sua semplicità: tensione percepita nello Stretto → prezzo del petrolio in aumento → costi energetici in aumento per industrie e consumatori → pressione inflattiva → reazione delle banche centrali → impatto sui mercati azionari e obbligazionari. Un’unica leva, azionata nel posto giusto, produce vibrazioni sull’intero sistema economico globale.
E quella leva ha un nome: la retorica presidenziale americana sull’Iran. La volatilità come strumento di redistribuzione della ricchezza Qui arriviamo al punto più scomodo, perché la volatilità non è neutrale, bensì redistribuisce ricchezza, in modo massiccio, rapido e — se sai quando arriverà — estremamente redditizio. Quando il prezzo del petrolio subisce spike improvvisi a causa di tensioni geopolitiche percepite, alcune categorie di investitori guadagnano in modo sproporzionato: i possessori di contratti futures sul petrolio long, i fondi che detengono posizioni su società energetiche, chi ha acquistato opzioni put su indici azionari prima dello shock, e chi detiene oro e treasury come hedge. Simmetricamente, perdono i consumatori e le imprese che dipendono dall’energia importata, i paesi emergenti con deficit commerciali energetici, i fondi pensione esposti ai mercati azionari e gli investitori retail che non hanno accesso agli strumenti di copertura.
Non stiamo dicendo — e è importante essere precisi — che Trump o i suoi entourage abbiano coordinato operazioni di trading sulla base delle loro azioni comunicative, questo è argomento che non toccheremo adesso, si tratterebbe di insider trading e richiede un’attenzione specifica. Stiamo, invece, dicendo qualcosa di più sottile e forse ancora più preoccupante, ovvero che il sistema è strutturato in modo tale che chi sa leggere il pattern — e il pattern, come abbiamo visto, è ripetibile e riconoscibile — può trarne vantaggio legalmente.
E questo apre una questione di architettura del potere finanziario che va ben al di là della politica individuale di Trump.
C’è un paradosso al centro di questa storia: i media che si oppongono più duramente a Trump — quelli che lo definiscono ‘imprevedibile’, ‘fuori controllo’, ‘pericoloso’ — sono esattamente quelli che amplificano la sua strategia con maggiore efficacia.
Ogni titolo che grida ‘Trump può davvero attaccare l’Iran’ o ‘L’imprevedibile Trump spaventa i mercati’ contribuisce a rafforzare la percezione di rischio e la percezione di rischio è esattamente ciò di cui la strategia ha bisogno per funzionare. La maggioranza dei cosiddetti “alternative media” è parte di questo sistema narrativo, spesso senza saperlo.
Questo non significa che i media debbano tacere sulle azioni presidenziali, ovviamente no, ma è sintomo che il sistema informativo globale si trova in una trappola strutturale: riportare le minacce di Trump amplifica la volatilità; ignorarle è giornalisticamente e democraticamente inaccettabile. Non c’è una via di uscita semplice.
La soluzione, se esiste, passa per un cambio di frame: non ‘Trump minaccia l’Iran’ ma ‘ecco il pattern documentato di come le dichiarazioni presidenziali muovano i mercati’. Ogni strategia di manipolazione finanziaria ha un limite intrinseco che è quello della capacità di resilienza del mercato, e quando il mercato impara, il meccanismo perde efficacia. È quello che sta accadendo, almeno parzialmente, con la strategia iraniana di Trump.
Nell’ambiente dei trader e degli analisti finanziari è emerso un acronimo che sintetizza la crescente scetticismo del mercato: TACO, che sta per ‘Trump Always Chickens Out’. Trump fa sempre un passo indietro. Dopo le prime volte che lo schema si è ripetuto — minaccia, escalation, ritiro silenzioso — i mercati hanno cominciato a prezzare il ritiro preventivamente, riducendo l’ampiezza degli spike e accelerando il ritorno alla normalità.
Questo fenomeno ha implicazioni importanti. Sul piano strategico, significa che la minaccia deve continuamente evolvere per mantenere credibilità: diventare più estrema, o essere affiancata da azioni concrete che la rendano più reale. Sul piano finanziario, significa che i cicli di volatilità si accorciano e si attenuano nel tempo.
Ma c’è un’altra implicazione, forse la più pericolosa: se il mercato ha imparato a scommettere sul ritiro di Trump, cosa succede il giorno in cui Trump, per qualsiasi ragione politica interna o di politica estera, decide di non ritrarsi? Il mercato si troverebbe ad aver prezzato incorrettamente un evento geopolitico catastrofico, con conseguenze potenzialmente sistemiche. Guerra senza conquista di territori? Siamo di fronte a una trasformazione profonda nella logica del conflitto internazionale. Per secoli, la guerra è stata lo strumento per conquistare territori, risorse o potere politico; per gran parte del Novecento, è diventata anche strumento di deterrenza con la minaccia del conflitto come alternativa alla sua realizzazione. Con la finanziarizzazione dell’economia globale, emerge una terza funzione, per la quale la guerra (o la sua minaccia) è strumento di gestione attiva della volatilità finanziaria.
Questo non è un fenomeno esclusivamente trumpiano, ovviamente, ma Trump ne è l’esponente più esplicito e meno mediato dalla diplomazia tradizionale. In lui, la commistione tra interessi finanziari personali, comunicazione social non filtrata e accesso agli strumenti di politica estera produce una combinazione senza precedenti nella storia americana.
Il conflitto con l’Iran in questo schema diventa simultaneamente una leva energetica — capace di muovere il prezzo del petrolio, una leva inflattiva — con effetti sulle aspettative di politica monetaria, e una leva finanziaria — capace di alterare i flussi di capitale globali.
Cosa significa tutto questo per chi gestisce patrimoni, per le banche centrali, per i fondi pensione e per gli investitori individuali?
In primo luogo, significa che la ‘geopolitical risk analysis’ — da sempre parte dell’arsenale degli analisti finanziari — deve essere integrata con un livello di analisi comunicativa e comportamentale che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato eccessivo. Capire il pattern della comunicazione presidenziale è diventato una componente essenziale del risk management e una sorta di sfida quotidiana per gli analisti. In secondo luogo, pone una sfida sistemica alle banche centrali. Se gli shock energetici sono in parte artificiali — generati da dinamiche comunicative e non da scarsità reale — come devono reagire? Alzare i tassi in risposta a un’inflazione energetica generata da un tweet presidenziale rischia di produrre danni reali all’economia reale in risposta a una perturbazione virtuale. In terzo luogo, c’è una questione di equità sistemica. I soggetti che hanno accesso ai modelli di analisi avanzata, alle informazioni in tempo reale e agli strumenti di copertura sofisticati possono navigare questi cicli di volatilità — e persino beneficiarne. I soggetti che non hanno questo accesso — privati cittadini, piccole imprese, paesi emergenti — subiscono gli effetti senza poterli compensare. La volatilità, in questo senso, funziona come una tassa regressiva sul capitale. Porsi la domanda giusta La domanda che si pone alla fine di questa analisi è quella più difficile: esiste una risposta istituzionale al problema? Come possono le democrazie, le istituzioni finanziarie internazionali e i mercati stessi difendersi da questa forma di manipolazione — sempre che di manipolazione si tratti — legale, difficile da provare e strutturalmente connessa all’esercizio del potere sovrano?
Alcune risposte parziali esistono già. Le autorità di regolamentazione dei mercati — dalla SEC americana alla Consob italiana all’ESMA europea — hanno poteri di indagine sui movimenti di mercato anomali che precedono dichiarazioni politiche di impatto. In teoria, se emergesse evidenza di trading coordinato sulla base di informazioni privilegiate legate ad azioni comunicative presidenziali, ci sarebbero gli strumenti legali per intervenire. In pratica, la distanza tra il potere esecutivo e i mercati è sufficientemente ampia da rendere queste indagini straordinariamente complesse, forse addirittura impossibili.
Un’altra risposta possibile è strutturale: ridurre la dipendenza globale dallo Stretto di Hormuz attraverso la diversificazione energetica. La transizione verso le energie rinnovabili — accelerata dalla crisi climatica ma anche dall’instabilità geopolitica del Medio Oriente — ha come effetto collaterale positivo quello di ridurre la potenza di questa leva. Un mondo che dipende meno dal petrolio del Golfo è un mondo in cui la retorica sull’Iran ha meno presa sui mercati energetici.
Ma queste sono risposte di lungo periodo, strutturali. Nel breve, la risposta più efficace rimane quella della consapevolezza: capire il meccanismo, documentarlo, analizzarlo pubblicamente. Renderlo visibile — come stiamo cercando di fare in questo testo — è il primo passo per limitarne gli effetti.
Per anni, la domanda che ha dominato l’agenda mediatica e diplomatica è stata: ‘Trump attaccherà davvero l’Iran?’ È la domanda sbagliata. O meglio: è la domanda che il meccanismo vuole che ci poniamo, perché è quella che amplifica il rischio percepito e attiva la volatilità.
La domanda giusta è un’altra: quanto vale il tuo portafoglio, il tuo fondo pensione, il tuo mutuo a tasso variabile, la bolletta energetica della tua impresa la prossima volta che un presidente americano pubblica un post di tre righe su un social network alle tre di mattina? E la risposta, se abbiamo capito bene il meccanismo, è: vale esattamente quanto qualcun altro, dall’altra parte del mercato, sta guadagnando in quello stesso momento.
Questa non è un’analisi ideologica sulla presidenza Trump, bensì un’analisi strutturale su come il potere comunicativo del vertice politico americano — chiunque lo eserciti, con qualunque stile — si sia definitivamente intrecciato con la struttura dei mercati finanziari globali. Trump ha reso questo intreccio più visibile, più diretto, meno mediato dalla diplomazia tradizionale. Ma il problema sistemico è più vecchio e più profondo di qualsiasi singolo presidente.
La Mad Man Theory non è fallita, si è evoluta, e il palcoscenico su cui opera non è più il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma il terminal Bloomberg di ogni sala trading del mondo.