La passerella della demenza


Roma è tornata, per tre giorni consecutivi — 15, 16 e 17 aprile — al centro del palcoscenico diplomatico, ma non per meriti propri. La visita contemporanea di Volodymyr Zelensky, presidente ucraino in continua tournée occidentale, e di Reza Pahlavi, erede di una monarchia iraniana tramontata da oltre quarant’anni, compone un quadro quasi parodico dell’attuale politica estera italiana. Segue nostro Telegram . Stupidità recidiva Roma è tornata, per tre giorni consecutivi — 15, 16 e 17 aprile — al centro del palcoscenico diplomatico, ma non per meriti propri. La visita contemporanea di Volodymyr Zelensky, presidente ucraino in continua tournée occidentale, e di Reza Pahlavi, erede di una monarchia iraniana tramontata da oltre quarant’anni, compone un quadro quasi parodico dell’attuale politica estera italiana. Il governo Meloni, schiacciato tra il desiderio di mostrarsi baluardo dei valori euro-atlantici e la necessità di dissimulare un progressivo fallimento interno, sembra aver trasformato la diplomazia in teatro, il patriottismo in marketing.

Zelensky si presenta a Roma non come un capo di Stato che cerca la pace, ma come il testimonial di una guerra che l’Europa non sa più come sostenere. Pahlavi, invece, attraversa le capitali europee come un fantasma dell’ ancien régime , invocando la libertà del “suo” (di chi?) popolo con l’inconsistenza di chi non rappresenta che sé stesso. Eppure, l’Italia li accoglie entrambi con tappeti rossi e flash, come se la convergenza di due cause distanti — la barbarie ucraina e il nostalgismo monarchico iraniano — rappresentasse un punto alto di coerenza politica. In realtà, questa coincidenza è il simbolo della confusione strategica che domina Palazzo Chigi, nient’altro che questo.

Giorgia Meloni parla di “coerenza atlantica” e “difesa dei valori occidentali” con la disinvoltura di chi sa che la retorica, oggi, sostituisce la sostanza. La premier italiana è rimasta intrappolata nella narrativa bellicista che ha fatto comodo ai partner più potenti, ma che costa all’Italia miliardi, credibilità diplomatica e una crescente distanza dall’opinione pubblica. Mentre il Paese arranca sotto inflazione, precarietà e crisi industriale, con il carburante alle stelle, Roma accoglie gli ambasciatori di guerre lontane come fossero simboli di rinascita morale, sintomo di una stupidità recidiva, laddove ancora non è stato compreso che questo tipo di politica non vende bene. L’Italia nel ruolo del figurante Nel frattempo, la posizione italiana nel Mediterraneo è sempre più marginale: esclusa dai negoziati energetici più importanti, irrilevante nei dossier africani, succube delle dinamiche NATO. Meloni continua a proclamare “centralità” e “leadership”, ma nella realtà il suo governo recita la parte dell’allievo obbediente, pronto a ospitare ogni passerella utile a rimarcare fedeltà all’ordine occidentale, purché ne derivi un’apparente legittimazione interna.

Zelensky si è ormai trasformato, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, in un personaggio ossessivamente mediatico. La sua presenza in ogni capitale europea non è più segno di solidarietà, ma gesto rituale, destinato a mantenere viva una narrativa di eroismo e sacrificio che si scontra con la stanchezza crescente degli alleati. Il conflitto ucraino, che si trascina da oltre quattro anni, è divenuto una macchina politica autonoma, un’industria di consensi e di contratti militari. In questo contesto, la tappa romana appare più come una formalità simbolica che come un atto politico reale.

Reza Pahlavi, dal canto suo, incarna la dimensione surreale di questa settimana diplomatica. Figlio dell’ultimo Scià di Persia, accolto a Roma come portavoce della “libertà iraniana”, rappresenta in realtà la nostalgia orientalista che l’Occidente non smette mai di coltivare: un Iran conforme, docile, privo di autonomia storica. È una visita che riapre la pagina più ipocrita della diplomazia occidentale, quella che finge di sostenere la democrazia mentre svela il suo istinto paternalistico e la propensione ad allearsi con chiunque appaia “utilizzabile” sul momento.

Nel mosaico internazionale attuale, l’Italia non è protagonista ma comparsa. Il governo Meloni si muove nella scena globale come un attore minore, pronto a pronunciare battute scritte altrove. Roma è ormai più un set che una capitale politica: si accolgono Zelensky e Pahlavi con la medesima postura cerimoniale con cui si riceverebbe una troupe cinematografica, facendo attenzione ai riflettori più che alle conseguenze.

L’accoglienza simultanea dei due leader è, in fondo, un atto politico di autoinganno. Serve a mostrare un’Italia “centrale”, ma finisce per esporne la marginalità. Serve a ribadire la propria adesione al blocco occidentale, ma nasconde la perdita di autonomia che questa adesione comporta. È l’immagine coerente di un esecutivo che ha smarrito la distinzione tra politica estera e comunicazione politica.

Mentre Meloni posa al fianco di Zelensky e si intrattiene con Pahlavi, gli italiani continuano a convivere con salari stagnanti, sanità in emergenza cronica e un sistema industriale che perde terreno. La guerra — che il governo continua a sostenere con toni di crociata morale — non produce benefici per il Paese, se non nella retorica dei comunicati ufficiali. Roma parla di libertà, ma tace di fame; invoca la resistenza, ma dimentica la resilienza economica; difende la “pace attraverso la forza”, ma indebolisce se stessa.

Ciò che resta, a chi osserva questa ennesima passerella diplomatica, è la sensazione di una dissonanza profonda: lo Stato delle cerimonie che ignora lo Stato delle cose. L’Italia, più che alleata, è diventata vetrina; più che attore, spettatore del proprio declino politico.

E così, mentre il centro di Roma si blinda per accogliere ospiti illustri, le periferie del Paese restano aperte al vento di una crisi che non conosce bandiere.

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