Metamorfosi del conflitto in corso


Il trasferimento della produzione bellica ucraina in Europa stravolge la dinamica politico militare, avvicinando alla collisione diretta tra Bruxelles e Mosca

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Si è appena concluso il summit Nato in Ankara, che ha visto partecipante l’intero asse euro-americano, alla testa dell’occidente globale: in sintesi di un lunghissimo discorso si può dire che il meeting non fa che ufficializzare alcune delle questioni cardine già emerse sin dal principio dell’amministrazione Trump, ossia una latente frattura tra le due sponde dell’Atlantico (sfiducia tra Washington i suoi alleati europei) prese di posizione forti nei confronti di Iran e Russia e un irrisolto contenzioso in merito alla spesa militare. Ufficialmente i leader della comunità europea non osano dire di no alla potenza americana, mentre dall’altro si trovano a dover gestire qualcosa che sono incapaci di spiegare alle proprie opinioni pubbliche, abituate ormai da una generazione a dimenticare la spesa bellica e la questione sicurezza che viene come data per scontata. A fronte delle frizioni tuttavia – e malgrado le continue rassicurazioni dei leader alle rispettive opinioni pubbliche – il fatto è che il vecchio continente già si trova coinvolto nella crisi geopolitica ucraino/russa oltre la soglia di sicurezza. La rimostranza di Bruxelles a cimentarsi in un confronto diretto con Mosca stride, è in nettissima contraddizione con un impegno sempre più serio (seppur indiretto) a favore del governo di Kiev; di fatto l’Unione europea già da adesso si trova a dover sopportare l’onore economico di tutti gli armamenti statunitensi diretti in Ucraina, dal momento che D. Trump ha vincolato la concessione di essi attraverso l’Europa: in pratica gli aiuti militari non vengono consegnati direttamente all’Ucraina (conoscio il presidente americano dell’impossibilità ucraina di pagarli), bensì a Bruxelles che ha l’onere dell’acquisto per poi, in un secondo momento, provvedere alle forniture verso il fronte.

Il coinvolgimento va tuttavia oltre il mero fattore di contributo economico, per quanto esteso: il problema di fondo è che i leader d’Europa hanno progressivamente accettato di addossarsi anche l’impegno alla produzione stessa, vista l’incapacità del sistema industriale ucraino di provvedere autonomamente alle proprie necessità: la verità – malgrado i proclami di V. Zelensky secondo cui l’apparato produttivo nazionale sforna la maggior parte di droni e missili necessari – è che ormai l’intero sistema produttivo ucraino è sulle soglie della rovina. Le infrastrutture energetiche ed industriali fondamentali sono state colpite in tale modo nel corso dell’anno 2025/26 che, oggettivamente, non è più possibile una produzione indipendente e di massa dei suddetti armamenti. La consapevolezza da parte del governo ucraino che nessun luogo entro i margini del territorio nazionale può dirsi sicuro, ha portato ad aggirare tale vulnerabilità semplicemente spostando la produzione al di fuori del raggio di azione nemico: in breve delegando a stabilimenti oltreconfine la propria produzione militare, contando sull’inviolabilità del territorio europeo. Questo fenomeno conferisce al conflitto una dinamica originale: una delocalizzazione di massa della produzione bellica all’estero, giusto approfittando del fatto che quest’ultimo non essendo in guerra, non possa essere colpito. Non soltanto i paesi di confine come Polonia, Romania e Baltico, ma anche e soprattutto i grandi tasselli della comunità europea, come Italia, Francia e Germania: ognuno di questi ha gradualmente preso parte all’opera di “spostamento” dell’onere produttivo ucraino oltreconfine, arrivando ad ospitarlo quasi per intero. Come già sottolineato, si tratta di una situazione estremamente singolare, se non del tutto inedita: un paese (l’Ucraina) che delega per intero il proprio sforzo bellico all’estero confinante, utilizzando quindi territorio non suo a proprio vantaggio in tempo di guerra. Kiev, grazie a tale semplice stratagemma, gode del vantaggio di usufruire de facto di un territorio assai più grande del proprio, ma soprattutto immune a qualsiasi ritorsione (nella sicurezza che Mosca non oserebbe mai azioni contro il territorio della comunità europea in parole altre un immenso spazio libero ed inviolabile, alle proprie spalle grazie al quale continuare e ricevere rifornimenti a tempo indefinito, dal momento che l’asse euro-americnao può effettivamente continuare a inviare il proprio supporto materiale a tempo indeterminato. Una deformazione della geografia classica della guerra, secondo cui uno degli opponenti avrebbe a disposizione solamente il proprio territorio: vero che tale convenzione è inesatta (dal momento che spesso nella storia è accaduto che una nazione debole fosse economicamente e militarmente supportata dall’esterno), ma in questo caso supera una soglia critica che può a sua volta portare ad un punta di rotture irreparabile. Gli annunci al summit di Ankara parlano chiaro: V. Zelensky dichiara di aver firmato accordi per la produzione di droni con altri 3 paesi (Olanda, Danimarca ed Estonia), e questo non va che a confermare quanto già riportato dal Kiel Institute, secondo cui la produzione di droni è triplicata tra il 2022 e il 2026, arrivando oggi a rappresentare il 12% di tutto l’aiuto militare europeo. Fondamentale in tutto questo, il fatto che le compagnie ucraine molto spesso si trasferiscono in paesi esteri iniziando a produrre direttamente da lì, come Finlandia e Gran Bretagna (da quest’ultima soltanto sono arrivati 120’000 droni). Come sottolinea Christophe Trebesch, direttore di ricerca presso il Kiel Institute: “I finanziatori europei ora entrano in una fase di […] produzione su larga scala. Come risultato, il supporto per l’Ucraina sta diventando sempre più uno scambio a due corsie: il supporto finanziario va formalmente all’Ucraina, nel mentre che le ricadute tecnologiche tornano indietro all’Europa”. Parole confermate del resto dalle uscite del primo ministro italiano Giorgia Meloni che si premura di evidenziare come 70 miliardi di finanziamento UE che si approssimano, dovrebbero “rimanere in Italia” (o meglio in Europa, facendo riferimento ad un vantaggio reciproco). A questo si aggiunge un elmento assai grave, emerso negli ultimi mesi: i paesi di frontiera lungo il confine orientale con la Russia (nazioni baltiche e Polonia) hanno sistematicamente concesso il proprio spazio aereo come corridioio informale tramite il quale i propri mezzi aerei – missili o droni – possono transitare e avvicinarsi a determinati obiettivi senza che le difese russe possano allertarsi (è in questo modo che si riesce a colpire un’area come quella di San Pietroburgo). Il fatto è viene alla luce in modo imbarazzante ogni volta che uno di tali ordigni precipita sul territorio di uno di questi paesi, il quale chiaramente non può nemmeno sporgere ufficialmente protesta.

In sintesi, assai complesso e rischioso il quadro che si delinea: un’Europa politica che si trova al momento presente in uno stato che rasenta la guerra non dichiarata. Un limbo di estrema pericolosità, vista la natura imprevedibile del conflitto, ma soprattutto l’irreversibilità del processo, che sembra non avere un limite definito: Bruxelles, seguiterà a produrre per conto di Kiev in maniera sempre crescente, nella sicurezza che questo non possa avere conseguenze, nella misura in cui il Cremlino non oserà mai attuare alcuna reazione contro il territorio di paesi europei, coperti dallo scudo Nato. Un’Europa politica che purtroppo in questo frangente così complicato tradisce il proprio limite di comprensione delle dinamiche in corso e delle loro conseguenze: la classe politica europea, chiusa in una torre d’avorio e prigioniera delle proprie certezze, sicura di essere intoccabile, rischia di diventare ad un tratto un “bersaglio legittimo” come si usa dire nel linguaggio bellico. Tale eventualità può configurarsi da un momento ad un altro, molto prima che l’elite europea se ne renda conto, forse convinta che tale momento della verità non arriverà mai. Le ripetute notizie di cronaca che riportano ordigni e mezzi senza pilota ucraini precipitare o abbattersi su territorio eurocomunitario (senza risparmiare nemmeno le acque territoriali, se è vero che droni marini sono stati recuperati anche sulle isole della Grecia), lasciano intendere tuttavia che la violenza fisica del conflitto si è oggettivamente avvicinata all’oasi di pace che da Bruxelles si vorrebbe inviolabile. La guerra asimmetrica e non ufficializzata che il blocco euro-atlantico ha messo in atto, presenta per l’appunto questo problema: il suo essere indefinibile, la sua tendenza ad espandersi senza un limite preciso, il suo svilupparsi in modo esponenziale può disgraziatamente portare alla razionale conclusione che non soltanto Bruxelles è parte combattente nel conflitto in corso, ma addirittura che il suo ruolo sopravanza quello di Kiev. In effetti se si riconosce che l’Ucraina non è più in grado da tempo di combattere e tutto quello che può essere messo in campo proviene direttamente da occidente, allora si deve concludere che il conflitto a questo punto non è tra Mosca e Kiev, ma tra Mosca e l’Unione europea stessa (della quale il territorio ucraino è un semplice proxy, come molti analisti hanno sottolineato negli anni, esclusivamente da usare in funzione antirussa: tanto le sue risorse materiali quanto quelle umane). Un azzardo infinitamente grande da giocare.

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