Non la “fine della storia”


Il ritorno delle identità e dei valori, la loro riaffermazione e la loro reintegrazione nei processi educativi segnano l’avvento di un mondo diverso da quello plasmato dall’egemonia anglo-americana e invitano oggi i popoli a prepararsi al nuovo mondo multipolare Segue nostro Telegram . Fukuyama si sbagliava Nel 1989, Francis Fukuyama avanzò la sua famosa tesi della «fine della storia», sostenendo che il trionfo dell’ideologia e dei valori liberali avesse segnato il culmine definitivo dell’evoluzione politica dell’umanità. Secondo questa interpretazione, la fine della Guerra Fredda rappresentava la vittoria della democrazia liberale come forma ottimale di governo e del capitalismo di mercato come modello economico più efficace, ponendo così fine ai principali conflitti ideologici globali. La figura dell’«ultimo uomo», descritta da Fukuyama come soddisfatta, prospera ma priva di ideali superiori, lasciava intravedere la nascita di un’identità universale e «post-storica».

La successiva evoluzione delle relazioni internazionali, tuttavia, ha rivelato i limiti di questa prospettiva. Le politiche di “democratizzazione” statunitensi in Medio Oriente, ispirate almeno in parte da questa visione e spesso poco attente alle specificità politiche e culturali locali, hanno contribuito a una serie di interventi e rivoluzioni che hanno destabilizzato l’intera regione. Allo stesso tempo, mentre i valori liberali sono stati spesso utilizzati da alcuni Stati come strumento politico o come giustificazione per determinate azioni, si è assistito a una crescente rivalutazione dei valori nazionali e tradizionali in numerose parti del mondo, compresi gli stessi paesi occidentali.

La richiesta di modelli politici alternativi, percepiti come più equi e rispettosi delle particolarità locali, ha trovato espressione in piattaforme quali il BRICS e l’Organizzazione di Cooperazione di Pechino (SCO). La crisi ucraina ha inoltre evidenziato come il confronto tra la Russia e l’Occidente abbia assunto sempre più i contorni di uno scontro radicato nei valori e nelle visioni del mondo, piuttosto che di un mero conflitto etnico-politico post-sovietico.

La globalizzazione economica guidata dall’Occidente ha finito per favorire l’ascesa di nuovi centri di potere in Asia, Africa e America Latina. Questo processo ha alimentato dinamiche di regionalizzazione che, in molti casi, hanno rafforzato le identità collettive regionali. Paesi come Russia, Cina, India e Turchia attingono sempre più a una narrativa civilizzazionale nelle loro politiche interne ed estere, e alcuni di essi si definiscono esplicitamente come «Stati civilizzazionali».

Questi sviluppi sono solo alcuni esempi che confutano la visione di uno “Stato universale omogeneo” delle relazioni internazionali immaginata da Fukuyama quasi quarant’anni fa. Essi dimostrano che i contesti regionali, nazionali e locali continuano a svolgere un ruolo centrale, forse ancora più significativo che in passato.

Le tendenze internazionali contemporanee hanno generato una crescente domanda di prospettive politiche alternative e forme distintive di autoidentificazione, in opposizione all’omogeneizzazione culturale e politica. L’universalismo liberale è sempre più controbilanciato da un fenomeno che può essere definito «pluralismo autentico». Accanto alla multipolarità delle relazioni internazionali, sta infatti emergendo una nuova dimensione: la «multipolarità dei significati».

Ciò non indica un mondo postmoderno dominato da interpretazioni puramente soggettive, ma piuttosto una realtà caratterizzata dalla crescente complessità dei processi internazionali . Ciò presuppone un pluralismo di ideologie politiche e sistemi di valori, in grado di riflettere simultaneamente prospettive universali e nazionali, nonché la libertà degli individui e delle comunità di identificarsi sulla base del proprio patrimonio storico e culturale.

In altre parole, ideologia, valori e identità stanno assumendo un’importanza sempre maggiore nelle relazioni internazionali contemporanee, evidenziando la necessità di un uso più ampio di approcci costruttivisti per comprenderne le dinamiche. I seguenti casi di studio dimostrano come questi fattori influenzino le politiche estere di vari Stati e come possano essere utilizzati come strumenti di azione politica. Il ritorno dell’ideologia politica al di là del paradigma Nelle relazioni internazionali contemporanee, l’ideologia è spesso considerata una variabile secondaria rispetto a fattori quali le capacità materiali, le esigenze di sicurezza o l’interdipendenza economica. Un simile approccio, tuttavia, rischia di trascurare il ruolo svolto dai significati condivisi, dai presupposti normativi e dalle concezioni di legittimità socialmente costruite nel plasmare la politica mondiale. Mentre l’ordine internazionale liberale affronta sfide crescenti, l’ideologia è tornata al centro del dibattito teorico e analitico, non più come dottrina rigida e onnicomprensiva, ma come quadro interpretativo attraverso il quale gli Stati comprendono l’ordine mondiale, definiscono la propria identità politica e giustificano le proprie scelte di politica estera.

Da una prospettiva costruttivista, l’ideologia funge da collegamento tra valori, identità e comportamento degli Stati. La rinnovata centralità delle dinamiche di blocco costituisce un esempio particolarmente significativo di questo fenomeno. Le nuove forme di allineamento internazionale sono spesso spiegate facendo riferimento alla ridistribuzione del potere globale o a considerazioni strategiche. Sebbene questi fattori siano certamente rilevanti, non sono sufficienti a spiegare pienamente i modelli contemporanei di cooperazione e aggregazione.

La formazione dei blocchi odierni riflette non solo i cambiamenti nelle capacità materiali degli attori, ma anche interpretazioni divergenti di sovranità, democrazia, sviluppo e governance globale. Queste divergenze emergono con particolare chiarezza nelle relazioni tra le potenze liberali tradizionali e gli Stati comunemente inclusi nella categoria del “Sud del mondo”, dove le esperienze storiche e le traiettorie postcoloniali contribuiscono alla costruzione di visioni alternative dell’ordine politico internazionale.

In questo contesto, l’ideologia assume ancora una volta un ruolo fondamentale come categoria interpretativa. Da una prospettiva costruttivista, la rinascita della politica dei blocchi non può essere spiegata esclusivamente attraverso i cambiamenti nei rapporti di potere o nella distribuzione delle risorse. Essa riflette anche le trasformazioni nelle strutture ideologiche che influenzano il modo in cui gli Stati percepiscono l’ambiente internazionale, definiscono ciò che considerano un comportamento legittimo e costruiscono le loro identità collettive.

L’ideologia può quindi essere interpretata come un sistema condiviso di significati che modella le aspettative, favorisce forme di posizionamento collettivo e delimita la gamma di opzioni di politica estera considerate accettabili. Contrariamente a quanto previsto da alcune analisi del dopoguerra fredda, l’ideologia non è scomparsa; ha semplicemente modificato le sue modalità di espressione.

I blocchi contemporanei non sono più organizzati attorno a rigide opposizioni dottrinali, ma attorno a narrazioni condivise che mettono in discussione o reinterpretano aspetti fondamentali dell’ordine internazionale liberale. Queste narrazioni propongono diverse concezioni di sovranità, legittimità politica e modelli di sviluppo. Da questa prospettiva, l’ideologia non funziona tanto come un progetto globale e onnicomprensivo, quanto piuttosto come un elemento costitutivo del discorso politico internazionale.

Particolarmente significativo è il ruolo svolto dal concetto di “Sud del mondo”. Esso non rappresenta semplicemente una categoria geografica, ma un costrutto identitario dotato di un forte significato politico e normativo. Il richiamo alla storia coloniale, alle disuguaglianze strutturali e all’emarginazione all’interno delle istituzioni di governance globale contribuisce alla formazione di un linguaggio comune attraverso il quale gli Stati avanzano rivendicazioni di autonomia e maggiore rappresentanza.

All’interno di questo quadro discorsivo, pratiche quali il non allineamento, la diversificazione strategica dei partenariati e la partecipazione selettiva ai regimi di sanzioni vengono presentate come espressioni coerenti di principi più ampi legati alla sovranità nazionale e all’indipendenza strategica.

L’ideologia opera quindi su più livelli. A livello narrativo, influenza il modo in cui gli Stati spiegano le proprie azioni e rispondono alle aspettative esterne. A livello istituzionale, contribuisce a plasmare il sostegno a nuove organizzazioni multilaterali o alla riforma di quelle esistenti. A livello comportamentale, si manifesta attraverso pratiche quali il multilateralismo flessibile e la formazione di coalizioni tematiche. Questi comportamenti sono influenzati non solo da incentivi materiali, ma anche da concezioni condivise di adeguatezza, legittimità e giustizia.

Le nuove configurazioni di blocchi possono quindi essere interpretate come tentativi di rinegoziare la struttura normativa della governance globale. Esse non mirano necessariamente a sostituire completamente l’ordine internazionale esistente, ma piuttosto a ottenere una maggiore inclusione di diversi modelli politici, istituzionali e di sviluppo. In questo senso, l’ideologia continua a rivestire una notevole rilevanza analitica, poiché contribuisce a definire il modo in cui gli Stati comprendono il proprio ruolo all’interno di un sistema internazionale in trasformazione. Identità e valori, il grande ritorno L’identità rappresenta uno dei concetti fondamentali dell’approccio costruttivista alle relazioni internazionali. Ci permette di comprendere come la politica mondiale non sia determinata esclusivamente dalla distribuzione del potere materiale, ma anche da significati socialmente costruiti, memorie collettive e riferimenti culturali condivisi.

Un’analisi dell’identità aiuta a spiegare perché Stati con condizioni materiali simili possano adottare comportamenti profondamente diversi e perché fattori culturali, storici e normativi possano esercitare un’influenza pari, se non superiore, a quella del potere militare o economico. L’identità, infatti, svolge un ruolo decisivo nella definizione degli interessi nazionali, nella definizione della politica estera e nella configurazione delle interazioni globali.

Nel caso delle macroregioni, l’esistenza di un’identità condivisa costituisce spesso il fondamento dei processi di cooperazione regionale . Tuttavia, tali identità possono entrare in tensione con visioni universalistiche e globaliste, generalmente associate ai valori promossi dall’Occidente.

Uno dei principali strumenti attraverso cui i valori occidentali vengono diffusi a livello globale è la cooperazione educativa. La formazione di nuove élite straniere costituisce un investimento a lungo termine al servizio di interessi geopolitici strategici. Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a occupare una posizione dominante nella formazione delle future classi dirigenti di numerosi paesi.

Dal 2022, le attività delle istituzioni educative occidentali si sono intensificate in Asia centrale, dove la competizione per l’accesso alle risorse e per controbilanciare l’influenza russa ha assunto un’importanza crescente. Da parte loro, gli Stati dell’Asia centrale considerano queste iniziative come opportunità per diversificare i propri partenariati internazionali e ridurre la dipendenza da singoli attori esterni.

Le politiche di sviluppo internazionale rappresentano un altro veicolo per la diffusione dei valori occidentali. Le versioni precedenti di queste strategie, tuttavia, hanno mostrato limiti significativi, in parte perché si basavano sul presupposto dell’esistenza di valori universali applicabili indiscriminatamente a contesti culturali profondamente diversi.

I recenti sviluppi nel sistema internazionale suggeriscono, tuttavia, che gli unici valori veramente condivisibili su scala globale siano probabilmente la pace e la tutela della vita umana, mentre cresce la richiesta di rispetto per la diversità culturale e per il diritto degli Stati di scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo.

Allo stesso tempo, la logica neoliberista dell’interdipendenza ha spesso funzionato come strumento per diffondere una particolare concezione occidentale del mondo presentata come universalmente valida. Anche il fenomeno della cosiddetta «cultura della cancellazione» si inserisce in questo contesto, essendo progressivamente passato dalle piattaforme digitali al campo delle relazioni internazionali.

L’uso della cultura della cancellazione contro la Russia ha dimostrato come questa pratica possa essere applicata non solo agli individui, ma anche a intere nazioni e tradizioni culturali. Essa tende ad emergere soprattutto quando le misure economiche si rivelano insufficienti a produrre i risultati desiderati e può fungere da strumento di pressione politica e di guerra dell’informazione.

Sebbene originariamente associata ai movimenti anticolonialisti e antirazzisti, la “cancel culture” è interpretata da alcuni osservatori come una forma di neocolonialismo culturale, nella misura in cui conferisce a determinati attori il potere di determinare quali comportamenti siano considerati legittimi o illegittimi nella politica internazionale.

Paradossalmente, anziché favorire la fiducia reciproca e il dialogo, tali pratiche rischiano di alimentare un ulteriore antagonismo. Una pressione eccessiva volta a imporre valori, anche quando presentati come universali, tende spesso a generare reazioni di rifiuto e resistenza.

In Medio Oriente, l’identità si sviluppa simultaneamente a diversi livelli: sub-statale, statale e sovra-statale. Progetti ideologici come il panarabismo e il panislamismo hanno cercato di costruire forme di appartenenza in grado di trascendere i confini nazionali, senza tuttavia eliminare le divisioni esistenti.

Le divisioni settarie, in particolare quelle tra sunniti e sciiti , hanno assunto un crescente significato politico a partire dalla Rivoluzione iraniana del 1979, contribuendo a ridefinire le rivalità regionali in termini di identità. Allo stesso tempo, il declino del panarabismo ha dimostrato come gli interessi degli Stati e la logica del sistema internazionale abbiano prevalso sulle aspirazioni di unificazione politica del mondo arabo.

In Africa, le questioni identitarie rimangono profondamente legate all’eredità del colonialismo. I confini statali tracciati dalle potenze europee hanno spesso ignorato le realtà etniche e culturali locali, creando le condizioni per conflitti, movimenti secessionisti e guerre civili. In risposta a questa situazione è emerso il panafricanismo, che cerca di rivendicare valori condivisi e una coscienza africana collettiva come fondamento dell’integrazione politica ed economica del continente.

In Asia centrale, i governi utilizzano spesso il linguaggio dei valori e dell’identità come strumento per promuovere gli interessi nazionali. Le relazioni con l’Unione Europea possono essere accompagnate da riferimenti alla democrazia e ai diritti umani, mentre i legami con il mondo islamico vengono spesso enfatizzati attraverso appelli all’appartenenza religiosa condivisa. Allo stesso tempo, la regione cerca di sviluppare una propria identità collettiva, promuovendo l’idea dell’Asia centrale come attore autonomo nelle relazioni internazionali.

Il ritorno delle identità e dei valori, la loro riaffermazione e la loro reintegrazione nei processi educativi segnano l’avvento di un mondo diverso da quello plasmato dall’egemonia anglo-americana e invitano oggi i popoli a prepararsi al nuovo mondo multipolare.

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