La guerra all’Iran sta mettendo sotto stress le fondamenta dal predominio finanziario statunitense


Tra i suoi molteplici effetti “a cascata”, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarche arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Segue nostro Telegram . Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele, ma anche sulle basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché sulle infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.

La distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.

Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire. Già nei primi giorni di marzo, riferisce il «Financial Times» sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait ed Oman avevano avviato una revisione degli investimenti all’estero sia in essere che programmati per placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto, implicante potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni.

Questo cambio di registro risulta tanto più impellente alla luce del blocco selettivo dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran a conflitto in corso. Più specificamente, in quello che si configura come il “collo di bottiglia” più strategico al mondo, la Repubblica Islamica ha imposto un regime di autorizzazioni al transito applicabili soltanto a navigli facenti capo a Paesi non ostili e disposti a pagare pedaggi in yuan-renminbi e criptovalute. Risultato: esplosione dei premi assicurativi, ritiro della copertura ad opera di gran parte delle compagnie occidentali, imbottigliamento nelle acque del Golfo Persico di circa 2.000 navi cargo cariche di petrolio e gas saudita, emiratino, qatariota, omanita, kuwaitiano e bahreinita.

L’impossibilità ad esportare il proprio petrolio aggrava la posizione finanziaria dei Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli delle relative entrate in dollari che, a decorrere dagli anni ’70, venivano convogliate in larga parte negli Stati Uniti sotto forma di investimenti in azioni, obbligazioni, armi e tecnologia, conformemente all’accordo sul petrodollaro risalente al 1974.

L’intesa, siglata tra il segretario al Tesoro Simon e re Faysal, impegnava l’Arabia Saudita a commercializzare solo ed esclusivamente in dollari il proprio petrolio e a riciclare parte considerevole dei proventi in investimenti negli Stati Uniti. Questi ultimi, a loro volta, assicuravano al regno stabilità monetaria, appoggio politico e protezione militare, anche tramite l’allestimento di basi militari sul suolo saudita. L’accordo fu rapidamente esteso all’intera penisola arabica, alimentando una domanda costante di dollari e trasformando la valuta statunitense nel pilastro del mercato energetico mondiale.

Da quel momento, l’accumulazione di dollari nelle proprie riserve si è affermata come preoccupazione prioritaria per le Banche Centrali, perché la valuta statunitense rappresentava la chiave d’accesso ai rifornimenti energetici. Il commercio internazionale, di conseguenza, si è consolidato attorno a questo caposaldo.

Si stima che i Paesi arabi del Golfo Persico gestiscano investimenti all’estero per un controvalore complessivo di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati negli Stati Uniti. Al marzo 2026, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 2.000 miliardi di dollari – pari a poco meno del 40% del loro patrimonio complessivo in gestione.

Nel 2025, a seguito del tour regionale realizzato da Trump, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita si erano impegnati a investire negli Stati Uniti rispettivamente 1,4 trilioni, 1,2 trilioni e un trilione di dollari nell’arco di un decennio. Riad aveva anche concluso un contratto per l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi da 142 miliardi di dollari.

La “sortita diplomatica” di Trump era stata anticipata da manifestazioni di pubblico sostegno da parte delle classi dirigenti della regione letteralmente senza precedenti. Il Qatar aveva donato a magnate newyorkese un lussuoso aereo di linea Boeing-747, mentre organismi connessi a un membro di spicco della famiglia reale di Abu Dhabi avevano acquisito una partecipazione in World Liberty Financial, la società di stablecoin della famiglia Trump.

Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avevano anche contribuito collettivamente con un apposto di 24 miliardi di dollari all’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, sostenuta dalla famiglia Ellison, vicina a Trump. Il Public Investment Fund saudita aveva pianificato un investimento da 30 miliardi di dollari per l’acquisizione di Electronic Arts.

I missili e droni iraniani giunti a bersaglio con estrema regolarità hanno palesato urbi et orbi l’incapacità degli Stati Uniti di fornire ai loro “clienti” adeguata protezione militare, certificando la fondatezza dei sospetti sorti già nel settembre del 2019. All’epoca, gli Houthi yemeniti lanciarono con successo ben 17 ondate di droni contro gli stabilimenti petroliferi sauditi di Khurais e Abqaiq, di proprietà di Saudi Aramco, provocando un crollo della produzione petrolifera mondiale del 5% e un’impennata dei benchmark Brent e West Texas Intermediate.

Come ha affermato il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi all’interno di un durissimo editoriale pubblicato sull’«Economist», «la rappresaglia contro quelli che l’Iran identifica come obiettivi americani sul territorio dei Paesi vicini è stata una conseguenza inevitabile, seppur profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Di fronte a quella che sia Israele che gli Stati Uniti hanno presentato come una guerra volta a distruggere la Repubblica Islamica, questa era probabilmente l’unica opzione razionale a disposizione della leadership iraniana».

I Paesi arabi «che avevano riposto la loro fiducia nella cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti ora percepiscono tale cooperazione come una grave vulnerabilità, che minaccia la loro sicurezza presente e la loro prosperità futura».

Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha sottolineato che la regione del Golfo Persico rappresenta ormai «un polo dell’economia globale. Se dovesse implodere, o ripiegarsi su se stessa concentrandosi sulla propria difesa, ritirando gli investimenti e ridimensionando la propria esposizione verso l’estero, l’effetto si ripercuoterebbe su praticamente tutte le economie del mondo».

Sebbene non sia ancora chiara la portata del “riposizionamento” che le monarchie arabe del Golfo hanno messo in cantiere, «le difficoltà economiche che saremo chiamati ad affrontare a seguito della guerra e la riduzione generalizzata della fiducia nella stabilità dell’area del Golfo ci obbligheranno a concentrare risorse nella ricostruzione, nel rafforzamento del nostro sistema di difesa e nella gestione crisi regionale».

Si tratta di una prospettiva alquanto fosca per l’amministrazione Trump, che aveva fondato la sostenibilità dei mega-progetti Stargate e Golden Dome proprio sugli impegni di investimento dei Paesi arabi del Golfo Persico. Il ritiro o anche un semplice ridimensionamento dell’esposizione da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar «produrrebbe effetti estremamente destabilizzanti e in contraddizione con gli obiettivi di investimento del presidente», ha dichiarato a «Politico» un anonimo ex funzionario dell’amministrazione Trump.

La militarizzazione iraniana di Hormuz ha non solo indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a interrogarsi sulla sostenibilità della “relazione privilegiata” con gli Stati Uniti, ma anche messo sotto enorme stress gran parte delle economie asiatiche ed europee strettamente dipendenti da quel cruciale braccio di mare.

Posti di fronte alla doppia necessità di attenuare la svalutazione delle proprie monete nazionali rispetto al dollaro dovuta all’aumento del prezzo del petrolio e ricavare risorse da riciclare sotto forma di sussidi a famiglie e imprese, questi Paesi risultano incentivati in misura crescente a liquidare i loro investimenti negli Stati Uniti, sotto forma di azioni, obbligazioni societarie e, soprattutto, titoli di debito federale.

I dati indicano che, nel mese di marzo, il controvalore dei Treasury Bond in custodia presso la Federal Reserve Bank di New York è diminuito su base mensile di 82 miliardi di dollari, attestandosi a quota 2.700 miliardi di dollari. Si tratta del livello più basso mai toccato dal 2012, raggiunto per effetto dello “scaricamento” combinato di titoli di Stato statunitensi ad opera delle Banche Centrali straniere.

A partire da quelle facenti capo a Paesi importatori di petrolio (India, Turchia, Thailandia, Filippine, ecc.), chiamati a sostenere il corso delle rispettive valute nazionali per evitare di pagare prezzi più elevati per i propri approvvigionamenti energetici denominati in dollari.

Gli stati maggiormente dipendenti dallo Stretto di Hormuz sono in altri termini anche grandi creditori degli Stati Uniti, di cui sorreggono l’economia – terziarizzata e sovraindebitata – con forniture di merci a bassi costo e l’acquisto di Buoni del Tesoro (che deprimono strutturalmente i tassi di interesse) e azioni (che sostengono i listini e le entrate tributarie). L’inflazione e la vera e propria scarsità alimentate dalla chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz hanno compromesso il funzionamento di questo rodato circuito perché spingono gli alleati/vassalli degli Stati Uniti a tesaurizzare gli asset statunitensi in portafoglio.

Nell’immediato, l’interruzione del ciclo del petrodollaro provocata dalla ritorsione iraniana ha acuito le pressioni sui titoli di Stato statunitensi dai 5 ai 10 anni, con conseguente aumento dei rendimenti e incremento proporzionale dei costi di finanziamento per governo, imprese e famiglie.

Ha anche impresso un’accelerata al processo di “distacco” internazionale dal mercato del debito statunitense. Tra il 2008 e il 2024, documenta uno studio del Congresso, la quota di Buoni del Tesoro statunitensi in circolazione controllata da soggetti stranieri è crollata dal 56,5 al 30,2%. Alla fine del 2025, le detenzioni estere si erano ridotte di un ulteriore 9%, parallelamente a una graduale ma inesorabile ristrutturazione della platea dei creditori. Il fulcro della domanda si è spostato gradualmente dall’Asia in generale ai Paesi strettamente alleati (o vassalli, in alcuni casi) degli Stati Uniti.

Segno che la disponibilità del resto del mondo ad assorbire titoli di debito Usa era in costante diminuzione, e assolutamente non commisurata al ritmo né tantomeno al volume delle emissioni del Dipartimento del Tesoro, ancor prima che Stati Uniti e Israele aggredissero l’Iran.

Lo si evince dal fatto che, già nel settembre 2025, il controvalore delle riserve d’oro (4.000 miliardi) accumulate dalle Banche Centrali aveva superato quello delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi (3.900 miliardi) per la prima volta dal 1996. Nei sei mesi successivi, il trend è andato consolidandosi, favorendo una vera e propria precipitazione della quota di riserve globali rappresentata dal dollaro al 46% del totale: una riduzione del 15% rispetto al 2017 (livello più basso dal 1994).

L’ascesa dell’oro rispetto alla valuta statunitense attesta una profonda ristrutturazione del criterio di valutazione del rischio da parte delle autorità nazionali preposte alla gestione della politica monetaria che tende a promuovere la diversificazione degli investimenti e l’allontanamento dagli asset denominati in dollari, in un contesto caratterizzato da una crescente propensione di Washington ad avvalersi delle sanzioni come strumento di politica estera, oltre che dalla sempre più preoccupante posizione debitoria degli Stati Uniti.

Il debito federale veleggia ormai verso quota 40 trilioni di dollari, mentre la posizione finanziaria netta è ben avviata a sfondare la soglia critica dei 30 trilioni di passivo.

In materia di bilancio, il governo federale ha chiuso il mese di marzo con un deficit di 164,1 miliardi di dollari, che porta il disavanzo pubblico nell’anno fiscale in corso (dall’1 ottobre al 30 settembre) a quota 1.169 miliardi di dollari. Ne consegue che il 32% circa delle spese sostenuta nell’anno fiscale 2026 non è coperto dalle entrate. Per ogni dollaro incassato, il governo federale ne ha spesi grosso modo 1,47.

La situazione sembra destinata a peggiorare, anche per effetto del crollo delle entrate tributarie contemplate dal “Big, Beautiful Bill” firmato dall’amministrazione Trump la scorsa estate, di entità tale da compensare ampiamente ai 3.000 miliardi di dollari di gettito generato dai nuovi dazi – di cui la Corte Suprema ha recentemente dichiarato l’incostituzionalità.

Lo si ricava dalle stime formulate all’inizio di febbraio (settimane prima dell’attacco isrelo-statunitense contro l’Iran) dal Congressional Budget Office, secondo cui gli Stati Uniti concluderanno l’anno fiscale 2026 con un incremento del deficit di bilancio su base annua di 78 miliardi, da 1,775 a 1,853 trilioni di dollari. Nel corso degli anni successivi, il trend andrà consolidandosi, con il disavanzo che dovrebbe raggiungere 1,187 trilioni nell’anno fiscale 2027 e 2,080 trilioni nell’anno fiscale 2028. Per arrivare a oltre 3,1 trilioni nel 2036, quando il debito federale salirà a qualcosa come 64 trilioni (120% del Pil; nel 1946, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, era al 106% del Pil).

Quantomeno per il prossimo decennio, il governo federale sarà quindi chiamato a collocare titoli di Stato per un controvalore di circa 2-3 trilioni di dollari soltanto per coprire il deficit di bilancio in essere, che andranno a gonfiare ulteriormente la spesa corrente per il rifinanziamento dei Buoni del Tesoro in scadenza. Si parla di un esborso complessivo prossimo ai 10 trilioni di dollari soltanto per il 2026, di cui circa 9,2 trilioni (equivalenti a circa un terzo di tutto il debito negoziabile statunitense in circolazione e a quasi il 30% del Pil nazionale) da destinare al rifinanziamento del debito in scadenza imminente.

Un interesse di appena il 2% su emissioni di nuovi titoli di debito per un controvalore di 10 trilioni di dollari comporta 200 miliardi di interessi ogni anno.

Nell’anno fiscale 2024, la spesa per interessi ha assorbito 880 miliardi di dollari. L’esborso è quindi cresciuto a 970 miliardi nel 2025 e sfonderà la soglia critica del trilione di dollari nel 2026. Anno in cui, a titolo di raffronto, il bilancio del Dipartimento della Guerra si attesta a quota 839 miliardi di dollari.

Al ritmo attuale, calcola il Congressional Budget Office, il pagamento degli interessi richiederà 2.100 miliardi nell’anno fiscale 2036 (4,6% del Pil).

Scaturita prevalentemente dai crescenti dubbi sorti a livello globale in merito alla sostenibilità del debito statunitense e alla capacità di Washington di adempiere efficacemente alle funzioni di centro coordinatore del sistema internazionale, l’affermazione dell’oro come bene rifugio per eccellenza a scapito del Treasury sembra destinata a rafforzarsi sulla scia delle dinamiche innescate dal conflitto mediorientale.

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