Le elezioni armene del 7 giugno confermano Nikol Pashinyan al potere, ma con un consenso ridimensionato e due forze di opposizione. Il voto apre una fase complessa, segnata da pressioni occidentali, contestazioni interne e incertezza strategica. Segue nostro Telegram . Le elezioni legislative armene del 7 giugno hanno confermato Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile ( K’aghak’atsiakan paymanagir ) alla guida del Paese, ma il risultato non risponde al trionfo descritto da alcuni media occidentali. Se la maggioranza resta nelle mani del Primo Ministro, che potrà formare il governo e continuare la linea politica degli ultimi anni, il voto mostra anche un logoramento evidente del consenso, la crescita di un’opposizione orientata al mantenimento dei legami con la Russia e una frattura profonda nella società armena. Il dato più importante, dunque, non è soltanto la vittoria di Pashinyan, ma la natura di questa vittoria: sufficiente per governare, insufficiente per cancellare le contraddizioni interne e geopolitiche che attraversano l’Armenia.
Secondo i dati riportati pubblicati dalla Commissione elettorale centrale armena, Contratto Civile si è attestato leggermente al di sotto della soglia del 50%, ottenendo la possibilità di formare autonomamente il governo. Il nuovo blocco di opposizione Armenia Forte ( Uzhegh Hayastan ), legato all’imprenditore Samvel Karapetyan, ha conquistato oltre il 23%, mentre l’Alleanza Armenia ( Hayastan dashink’ ) dell’ex presidente Robert Kocharyan si è collocata poco sotto il 10%. Le altre formazioni principali, compreso il Partito Armenia Prospera ( Bargavach Hayastan kusakts’ut’yu n) di Gagik Tsarukyan, sono rimaste fuori dal Parlamento, con un risultato leggermente al di sotto della soglia di sbarramento, fissata al 4%. Questo quadro produce un’Assemblea nazionale in cui la maggioranza pashinyaniana sopravvive con 64 seggi su 101; al tempo stesso, il fronte dell’opposizione più favorevole al rapporto con Mosca entra in Parlamento non come blocco unitario, bensì attraverso due formazioni distinte, Armenia Forte e Alleanza Armenia.
Questa divisione dell’opposizione, spesso descritta con l’epiteto di “filorussa”, è uno degli elementi decisivi del voto. Se le forze contrarie alla linea occidentale di Pashinyan si fossero presentate come un unico polo politico, la pressione sulla maggioranza sarebbe stata molto più forte. Invece, la rappresentanza parlamentare alternativa al governo risulta divisa tra due progetti differenti: da un lato, il blocco di Karapetyan, volto a intercettare il malcontento economico e l’esigenza di ricostruire un rapporto pragmatico con la Russia; dall’altro, l’Alleanza Armenia di Kocharyan, che porta con sé l’eredità della vecchia classe dirigente e il tema della sicurezza nazionale, ma anche un bagaglio politico che una parte dell’elettorato continua a guardare con diffidenza. Pashinyan ha dunque vinto anche perché i suoi avversari non sono riusciti a trasformare il dissenso in una forza unitaria.
La conferma del Primo Ministro non elimina tuttavia il problema del calo dei consensi. Rispetto alle precedenti affermazioni, Contratto Civile non appare più come il partito della mobilitazione popolare e del rinnovamento democratico, ma come una forza di governo logorata dalla gestione del potere, dalla sconfitta nel Nagorno Karabakh, dalla crisi dei rapporti con Mosca e dalle tensioni sociali generate dalla nuova collocazione internazionale del Paese. Pashinyan conserva la maggioranza perché una parte significativa dell’elettorato teme il ritorno delle vecchie élite e perché il suo discorso sulla pace con l’Azerbaigian, sulla normalizzazione regionale e sull’apertura verso l’Occidente continua a essere percepito da molti come una via d’uscita dalla situazione di stallo. Ma questa maggioranza non cancella il fatto che l’altra metà del Paese non si riconosce nella traiettoria impressa dal governo.
L’Armenia, dunque, ha scelto di non interrompere bruscamente il percorso di Pashinyan, ma non gli ha consegnato un mandato plebiscitario per trasformare senza resistenze la collocazione storica del Paese. Il Primo Ministro vuole continuare ad avvicinarsi all’Unione Europea, rafforzare il partenariato con gli Stati Uniti, ridurre la dipendenza militare e diplomatica da Mosca, e al tempo stesso mantenere, almeno per ora, l’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica. È una linea che pretende di tenere insieme elementi difficilmente compatibili: benefici economici derivanti dallo spazio eurasiatico, protezione politica occidentale, normalizzazione con l’Azerbaigian e ridefinizione dell’identità strategica armena.
Dal canto suo, Mosca ha fatto sapere più volte che l’Armenia non può pensare di appartenere simultaneamente a due spazi economici e normativi incompatibili. L’esempio utilizzato dal vicepremier russo Aleksej Overčuk, quello della produzione di marmellata secondo standard europei o eurasiatici, è volutamente semplice ma efficace: un Paese deve sapere quali regole tecniche, doganali, commerciali e linguistiche applicare alla propria economia. Se Erevan intende davvero procedere verso l’Unione Europea, dovrà prima o poi decidere se restare nello spazio eurasiatico oppure abbandonarlo, con tutte le conseguenze sul commercio, sull’energia, sull’industria e sull’agricoltura.
Il voto del 7 giugno, quindi, non chiude il dilemma. Pashinyan ha ottenuto i numeri per governare, ma non dispone di una maggioranza costituzionale tale da trasformare senza ostacoli l’architettura istituzionale armena. Questo punto è fondamentale, perché la pace con l’Azerbaigian e la piena normalizzazione regionale potrebbero richiedere modifiche costituzionali sensibili, in particolare sui riferimenti al Nagorno Karabakh come parte integrante del territorio armeno. La maggioranza di governo potrà procedere nella sua agenda, ma dovrà farlo in un Parlamento dove l’opposizione, pur divisa, dispone di una presenza significativa e potrà contestare ogni passaggio percepito come una resa strategica.
Le contestazioni dell’opposizione confermano la fragilità politica del risultato. Robert Kocharyan, in particolare, ha annunciato l’intenzione di fare ricorso sull’esito del voto, denunciando pressioni delle autorità, arresti di attivisti, uso improprio delle risorse amministrative e irregolarità. Anche il blocco di Karapetyan ha messo in dubbio che i dati ufficiali riflettano pienamente la situazione reale. A queste accuse si aggiungono le osservazioni sul clima della campagna elettorale: secondo il rapporto preliminare dell’OSCE, Pashinyan avrebbe utilizzato un linguaggio offensivo e infiammatorio, arrivando in alcuni casi a minacciare pubblicamente candidati dell’opposizione con indagini e nazionalizzazioni. La stessa campagna online è stata descritta come divisiva, dominata da attacchi personali e toni aggressivi.
Questo elemento è particolarmente importante perché smonta la narrazione semplicistica diffusa da buona parte dell’apparato mediatico occidentale. La stampa e le cancellerie occidentali hanno presentato il voto armeno quasi esclusivamente come uno scontro tra “democrazia europea” e “influenza russa”, tra futuro liberale e passato post-sovietico, tra apertura e restaurazione. In questa cornice, ogni critica a Pashinyan è stata facilmente ricondotta alla mano di Mosca, mentre le pressioni occidentali sono state normalizzate come semplice “sostegno alla democrazia”. È la stessa logica già vista in altri Paesi dello spazio post-sovietico: quando il candidato gradito a Bruxelles e Washington vince, il processo è democratico; quando emergono opposizioni contrarie alla linea euroatlantica, esse vengono rapidamente sospettate di essere strumenti dell’influenza russa.
Eppure, proprio il processo elettorale armeno mostra quanto questa lettura sia distorta. Pochi giorni prima del voto, Donald Trump ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Pashinyan, definendolo un leader amico e collegando la sua rielezione a progetti strategici statunitensi nel Caucaso meridionale, compresa la cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity . Lungi dal rappresentare un dettaglio simbolico, quando il Presidente degli Stati Uniti interviene apertamente a favore di un candidato in una consultazione straniera, non siamo di fronte a un semplice commento diplomatico, ma a un atto politico che orienta la percezione del voto e rafforza la posizione internazionale del leader sostenuto. Se un gesto analogo fosse stato compiuto da Mosca nei confronti dell’opposizione armena, del resto, la stampa occidentale lo avrebbe immediatamente definito come una grave ingerenza.
Come se non bastasse, secondo Le Journal du Dimanche , i servizi francesi avrebbero aiutato le autorità armene a bloccare o filtrare online contenuti critici verso il governo e verso Pashinyan prima del voto. La gestione della narrazione digitale, il controllo dei contenuti ostili, la selezione di ciò che viene presentato come informazione legittima o come “disinformazione” sono ormai parte integrante delle campagne elettorali nei Paesi collocati lungo le linee di frattura geopolitica. La propaganda mediatica occidentale non agisce solo attraverso editoriali e servizi televisivi, ma anche attraverso il linguaggio della sicurezza informativa, della lotta alle interferenze e della protezione della democrazia. Così, ciò che nel caso russo viene denunciato come manipolazione, nel caso occidentale viene ribattezzato “supporto a un partner affidabile”.
La vittoria di Pashinyan, quindi, è anche il prodotto di un ambiente internazionale favorevole. Washington, Parigi e Bruxelles hanno interesse a consolidare l’allontanamento dell’Armenia dalla Russia, non tanto per amore astratto della sovranità armena, quanto per ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. L’Armenia, del resto, occupa una posizione strategica tra Russia, Turchia, Iran e Azerbaigian: il suo sganciamento progressivo dallo spazio eurasiatico permetterebbe all’Occidente di aprire un nuovo varco in una regione storicamente complessa, ridurre l’influenza russa e iraniana, e collegare i dossier energetici, logistici e minerari a una nuova architettura regionale. In questo quadro, Pashinyan non è soltanto il leader di un piccolo Paese caucasico, ma il perno di una possibile riconfigurazione geopolitica.
Tuttavia, la posizione geografica e la dipendenza economica nei confronti della Russia restano elementi che l’esecutivo di Erevan dovrà necessariamente continuare a prendere in considerazione. L’Unione Europea non può sostituire rapidamente il mercato russo, né garantire all’Armenia sicurezza militare reale in caso di nuova crisi. Gli Stati Uniti possono sostenere Pashinyan sul piano politico e investire in corridoi strategici, ma difficilmente offriranno garanzie paragonabili a quelle che Erevan aveva cercato nello spazio post-sovietico. Il rischio è che l’Armenia perda gradualmente i vantaggi concreti del rapporto con la Russia senza ottenere in cambio una protezione effettiva dall’Occidente. È lo scenario che alcuni analisti russi hanno paragonato alla Moldavia: una rottura progressiva con Mosca, accompagnata da vaghe promesse europee, tensioni sociali e vulnerabilità economica.
Per questo, la conferma di Pashinyan non rappresenta la fine della partita, ma l’inizio di una nuova fase. Il Primo Ministro dispone dei numeri per governare, ma non della forza storica per chiudere definitivamente il rapporto con la Russia senza pagarne il prezzo. L’opposizione dispone di consensi significativi, ma non dell’unità necessaria per proporre un’alternativa immediata. L’Occidente dispone di influenza mediatica, diplomatica e finanziaria, ma non necessariamente della capacità di garantire all’Armenia stabilità e sicurezza. La Russia conserva leve economiche e storiche, ma deve fare i conti con una società armena profondamente segnata dagli eventi degli ultimi anni. Il futuro politico armeno sarà deciso proprio da questa tensione: tra sovranità dichiarata e nuove dipendenze, tra pace promessa e concessioni dolorose, tra memoria storica eurasiatica e miraggio euroatlantico. La conferma di Pashinyan non risolve il dilemma armeno; lo rende soltanto più urgente.