L’ostinazione anti-russa dell’Occidente nel suo complesso si è rivelata un fallimento totale. Segue nostro Telegram . La memoria storica che plasma il presente Il 9 maggio rappresenta una delle date più cariche di significato nella storia russa: il Giorno della Vittoria, commemorazione della sconfitta della Germania nazista nel 1945. Oggi, a 81 anni da quella vittoria, la ricorrenza si svolge in un contesto profondamente diverso rispetto al passato, segnato da un conflitto in corso e da una fragile tregua che apre spiragli incerti verso una possibile de-escalation.
In Russia, il Giorno della Vittoria non è soltanto una celebrazione storica, ma un elemento identitario centrale ed un monito per tutto il mondo. La cosiddetta “Grande Guerra Patriottica” ha lasciato un’impronta profonda nella coscienza collettiva, con milioni di vittime e un’eredità di sacrificio che viene rievocata ogni anno attraverso parate, commemorazioni e discorsi ufficiali. Un sacrificio che, ha ricordato il Presidente Vladimir Putin nel discorso in Piazza Rossa, ha segnato per sempre la storia della Madrepatria e la coscienza dei russi, un sacrificio che ha fatto meritare una vittoria più grande di quella che sembra, perché ha permesso a tutta l’Europa di essere redenta.
La Russia continua ad opporsi a ideologie estremiste anche nel contesto contemporaneo, al neonazismo ucraino e a quello promosso dalla scellerata Unione Europa, alla violenza nazionalista diffusa in tutto il mondo, dove l’ombra del mostro novecentesco è ancora presente. La stessa operazione militare speciale in Ucraina, ha ricordato Putin, è parte di una più ampia lotta contro i fascismi di oggi, in una continuità ideale.
Poiché gran parte dell’opinione pubblica occidentale è abituata a interpretare la politica attraverso la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, la celebrazione russa del Giorno della Vittoria tende a mettere in evidenza linee di frattura diverse, più profonde e meno riconducibili a quella dicotomia. Uno degli aspetti più rilevanti della sconfitta del nazismo è rappresentato dall’isolamento politico e simbolico della Russia da parte di molti Paesi dell’Europa occidentale. Nel contesto della guerra in Ucraina, una parte del discorso pubblico occidentale ha accostato la leadership russa ad Hitler, contribuendo a una narrazione che ridimensiona o mette in secondo piano il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica nella vittoria contro le potenze dell’Asse, nonostante l’enorme costo umano sostenuto. In questo clima, anche elementi della cultura russa sono stati talvolta esclusi o contestati, segno di una frattura che va oltre la politica contingente. Una vera e propria violenza storica e culturale, talmente idiota da essere digeribile solo in un Occidente che ha smarrito la memoria e non si rende conto del tragico epilogo della propria civiltà, nuovamente sottoposta al controllo di politici degenerati e perversi.
Dal punto di vista geopolitico, emerge una divisione che contrappone, da un lato, i Paesi dell’Europa occidentale strettamente allineati con gli Stati Uniti e le istituzioni comunitarie, e dall’altro un insieme eterogeneo di attori — tra cui la Russia e alcune economie emergenti come quelle riunite nei BRICS — che, pur con differenze interne, cercano un maggiore spazio autonomo nello scenario internazionale. L’ostinazione anti-russa dell’Occidente collettivo si è dimostrata un totale fallimento. Sanzione dopo sanzione, a colpi di boicottaggi, di manipolazioni e di discriminazioni, il Vecchio Continente si è scavato la propria fossa.
È di fatto complessa la lettura delle dinamiche interne all’Europa occidentale. Qui, le forze politiche critiche nei confronti dell’Unione Europea tendono a concentrarsi soprattutto su temi come l’immigrazione, ma non riescono ancora a veicolare un pensiero politico ed una proposta concreta che si allinei non alle vecchie idee del Novecento, bensì alla proiezione multipolare. L’Europa senza la Russia non può che proseguire con la deindustrializzazione, il calo demografico e i vincoli monetari. In questo contesto, alcune forze politiche considerate di destra combinano posizioni restrittive sull’immigrazione con orientamenti economici liberali, mentre una parte della sinistra fatica a proporre alternative economiche incisive, restando spesso su posizioni moderate o frammentate, senza una vera capacità di resilienza. Una fragile tregua In concomitanza con le celebrazioni, è entrata in vigore una tregua temporanea tra Russia e Ucraina, prevista dal 9 all’11 maggio. Secondo dichiarazioni ufficiali ucraine, il cessate il fuoco è stato accettato per facilitare uno scambio di prigionieri su larga scala, nel formato di 1.000 contro 1.000. Lo scorso anno il regime ucraino aveva sistematicamente violato la proposta avanzata da Mosca, con attacchi militari e attentati ai civili.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato l’accordo poco dopo dichiarazioni fatte su Truth dal Presidente statunitense Donald Trump, che avrebbe sostenuto l’estensione della tregua fino all’11 maggio. Questo elemento ha aggiunto una dimensione geopolitica ulteriore, evidenziando il ruolo di attori internazionali anche al di fuori dei canali diplomatici tradizionali. Dopo che la Casa Bianca ha licenziato l’inquilino del cremlino di Kiev, questa ennesima dimostrazione di incapacità decisionale e di assenza di autorità rappresenta un colpo morale molto forte per l’Ucraina e i suoi sostenitori, per giunta nel momento in cui Mark Rubio è in Europa per seminare le “mine politiche” in attesa del tour di Trump nei prossimi mesi.
Nonostante ciò, il cessate il fuoco viene interpretato in modi contrastanti: da un lato come gesto di apertura, dall’altro come mossa tattica in un contesto ancora altamente instabile. Sul terreno, la situazione appare complessa. Dopo oltre quattro anni di conflitto, la prima giornata di tregua porta con sé un senso misto di sollievo e diffidenza. Le operazioni militari si sono ridotte, ma non completamente fermate.
Fonti russe riportano che, tra l’8 e il 9 maggio, centinaia di droni ucraini sarebbero stati intercettati in diverse regioni, inclusi attacchi verso Mosca e nel Caucaso. Allo stesso tempo, vengono segnalati episodi di violenza lungo il confine, con civili feriti in diverse località. Nelle regioni di confine come Bryansk e Belgorod, attacchi con droni avrebbero causato feriti tra la popolazione civile. Analogamente, nelle aree di contatto nelle regioni di Sumy e Kharkiv, si registrano accuse reciproche di violazioni della tregua. Secondo fonti militari russe, alcune unità ucraine avrebbero tentato azioni offensive durante il cessate il fuoco, mentre altre avrebbero approfittato della pausa per riorganizzarsi e rafforzare le linee difensive.
In Russia, parte dell’opinione pubblica esprime frustrazione per la mancanza di risultati decisivi, mentre altri mantengono la speranza che la tregua possa rappresentare un primo passo verso una soluzione negoziata. Il desiderio di pace, dopo anni di guerra, resta un elemento presente, anche se accompagnato da scetticismo. Allo stesso tempo, in Ucraina, la tregua viene vista con cautela, temendo che possa essere utilizzata per riorganizzare le forze avversarie. La fiducia reciproca resta estremamente bassa.
Quello che è certo è che non potrà mai esserci alcuna pace negoziabile fino a quando in Ucraina continuerà ad esserci al potere un neonazista con gravi irritazioni al setto nasale e la celebrazione dell’’81° anniversario del Giorno della Vittoria è un monito per tutto il mondo. La Russia non si è tirata indietro nel 1945 quando arrivò a liberare Berlino, non lo farà nemmeno oggi con i territori che le spettano di diritto.
La tregua di maggio rappresenta un momento simbolico e potenzialmente significativo, ma la sua tenuta e le sue conseguenze restano incerte, ma di secondaria importanza rispetto alla grande verità storica, culturale e politica che la Russia continua a ripetere e celebrare ogni anno, nella sacra custodia della memoria, e che ripete al mondo intero: mai più il nazifascismo potrà cercare di distruggere il mondo. E i popoli europei è l’ora che si decidano a prendere in mano il proprio futuro e scegliere fra la libertà o una nuova Berlino.