L’accordo UE-Mercosur non appare come un progetto di cooperazione equilibrata tra popoli, ma come l’ennesima fase della subordinazione delle economie nazionali alle esigenze del capitale globale, dove la logica del profitto prevale sulla tutela del lavoro, della sovranità economica e della coesione sociale. Segue nostro Telegram . Un accordo nato sotto la pressione dell’automotive L’ accordo di associazione tra l’Unione Europea e il blocco del Mercosur — Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay — viene negoziato da oltre vent’anni. Eppure è proprio in questo momento storico, con l’industria automobilistica europea in crisi strutturale, che si è trovata la spinta decisiva per chiuderlo. Non è una coincidenza.
Nel Mercosur i dazi sulle automobili e sui componenti raggiungono il 35%, rendendo l’export europeo economicamente insostenibile. Macchinari, beni strumentali, prodotti chimici e farmaceutici scontano barriere tariffarie altrettanto gravose. L’accordo promette di smantellare queste protezioni, aprendo un mercato di oltre 270 milioni di consumatori alle case produttrici del Vecchio Continente.
Le lobby dell’automotive sono tra le sostenitrici più attive dell’intesa. E non a caso: l’America del Sud rappresenta, per costruttori come Stellantis, un mercato di compensazione in un momento in cui l’Europa stringe i freni normativi sulla transizione elettrica, la concorrenza asiatica erode le quote di mercato e i costi energetici rimangono proibitivi. Il Sud America è giovane, poco motorizzato e con un potenziale di crescita che l’Europa ha esaurito da decenni.
L’Italia sostiene l’accordo non per inerzia, ma per una scelta politica precisa: privilegia l’export industriale, che vale circa 7,5 miliardi di euro verso i paesi del Mercosur. La meccanica pesa per il 40%, la chimica e la farmaceutica per il 20%, l’automotive e la componentistica per il 15%. L’agroalimentare, invece, non raggiunge il 10% del totale.
Questa asimmetria si rispecchia nella distribuzione dei rischi, giacché l’industria incassa i benefici, mentre l’agricoltura sopporta le perdite. Con il trattato entrano in Europa quantità crescenti di carne bovina, pollame industriale, etanolo, soia e mangimi OGM, prodotti con standard ambientali e sanitari sensibilmente inferiori a quelli europei e con costi di produzione inferiori del 30-40%. Il risultato è un dumping strutturale che chi rispetta le regole europee non può competere.
La Francia ha compreso prima di altri la posta in gioco: distruggere l’agricoltura significa distruggere consenso, coesione territoriale e stabilità sociale. Non è un calcolo sentimentale, è politica concreta. I trattori per le strade di Parigi ne sono la dimostrazione più eloquente. L’Italia, invece, considera l’agricoltura una voce “compensabile”, come se i piccoli produttori espulsi dal mercato potessero essere consolati con fondi strutturali. Un trasferimento di costi mascherato da libero scambio Chiamare questo accordo “libero scambio” è un eufemismo. Si tratta, nella sostanza, di un trasferimento di costi sociali: i settori industriali in difficoltà ottengono nuovo ossigeno, le multinazionali rafforzano le proprie catene del valore globali, mentre i territori rurali europei vengono progressivamente svuotati e la sovranità alimentare del continente si assottiglia.
Lo schema è chiaro nei suoi meccanismi: da un lato si abbattono i dazi su auto, macchinari e chimica; dall’altro si accettano importazioni agricole prodotte con metodi che in Europa sarebbero vietati. Non si tratta di una convergenza di interessi reciproci, ma di uno scambio in cui una parte — l’agricoltura europea — paga il prezzo senza sedersi al tavolo dei negoziati.
La domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è se questo accordo conviene in termini di PIL aggregato, la vera domanda è: a chi conviene e chi paga? Se il modello che emerge da questa intesa è quello in cui, ogni volta che un settore industriale è in crisi, si sacrifica l’agricoltura come moneta di scambio, allora il problema non è commerciale. È un problema di visione politica, di quale Europa si vuole costruire e di quale prezzo siamo disposti a far pagare a chi produce il nostro cibo.
Il dibattito su questo accordo non dovrebbe restare confinato nei palazzi di Bruxelles o nei comunicati stampa delle associazioni di categoria. Riguarda il territorio, la qualità del cibo, la sopravvivenza di comunità rurali e un modello di sviluppo che l’Europa ha scelto di perseguire — o di abbandonare.
Da una prospettiva marxista e gramsciana, l’accordo UE-Mercosur rappresenta inoltre una manifestazione paradigmatica del modo in cui il capitalismo globale redistribuisce in maniera diseguale costi e benefici tra classi sociali differenti. Dietro la retorica del “libero scambio” e dell’integrazione dei mercati si cela infatti un processo di riorganizzazione del capitale transnazionale volto a preservare i margini di profitto delle grandi imprese europee, scaricando il peso della crisi sui lavoratori e sui ceti produttivi più deboli. L’industria automobilistica e manifatturiera europea, messa sotto pressione dalla competizione asiatica, dall’aumento dei costi energetici e dalla stagnazione interna, cerca nuovi spazi di accumulazione nel Sud America. In questo schema, tuttavia, i benefici non ricadono sui lavoratori italiani, bensì sui grandi gruppi industriali e finanziari che operano su scala globale. Le delocalizzazioni produttive, la compressione salariale e la crescente dipendenza dalle catene del valore internazionali finiscono per accentuare la precarizzazione del lavoro anche nei paesi europei.
In termini gramsciani, l’accordo può essere letto come uno strumento attraverso cui il blocco egemonico neoliberale consolida il proprio dominio, presentando come “interesse generale” ciò che in realtà coincide con gli interessi delle élite industriali e finanziarie. Il consenso viene costruito attraverso il linguaggio tecnocratico della competitività, dell’efficienza e della modernizzazione, mentre le conseguenze sociali vengono depoliticizzate e ridotte a semplici “effetti collaterali” inevitabili. In Italia, ciò significa colpire contemporaneamente agricoltori, piccoli produttori, lavoratori della filiera agroalimentare e persino gli operai industriali, che vedono aumentare la competizione internazionale senza alcuna reale tutela salariale o occupazionale. La promessa di maggiori esportazioni non si traduce automaticamente in benessere diffuso: i profitti vengono concentrati nelle mani delle multinazionali, mentre ai lavoratori restano salari stagnanti, maggiore insicurezza occupazionale e territori impoveriti. In questo senso, l’accordo UE-Mercosur non appare come un progetto di cooperazione equilibrata tra popoli, ma come l’ennesima fase della subordinazione delle economie nazionali alle esigenze del capitale globale, dove la logica del profitto prevale sulla tutela del lavoro, della sovranità economica e della coesione sociale.