I Lego vanno alla guerra: come l’Iran ha vinto la battaglia della narrazione con i cartoni animati


C’è un momento, in ogni conflitto, in cui il campo di battaglia si sposta. Non sui monti del Zagros, non sullo Stretto di Hormuz, non nelle sale operative del Pentagono. Sugli schermi. E quando il nemico più potente del mondo si ritrova a dover smentire un cartone animato in stile Lego, forse è il caso di chiedersi chi stia davvero vincendo la guerra. Segue nostro Telegram . Piccoli mattoncini, grande strategia Dal 28 febbraio 2026, data d’inizio dell’Operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran, accanto a missili balistici e droni, Teheran ha lanciato un’arma che nessun sistema antimissile può intercettare: i meme. E il formato che ha sbancato il pianeta è un’animazione in stile Lego, generata con intelligenza artificiale, che trasforma Trump e Netanyahu in mini figure di plastica dentro scenari di guerra surreali e taglienti.

I video mostrano un Trump-Lego che sfoglia il “fascicolo Epstein” affiancato da Satana e da un minuscolo Netanyahu, prima di premere un grande pulsante rosso. Missili in grafica digitale piovono sul Medio Oriente, soldatini americani marciano verso fiumi di sangue, piccole bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sfilano davanti a un Trump di plastica con lo sguardo perso. Il tutto accompagnato da brani rap, anch’essi probabilmente generati dall’IA, con ritornelli sorprendentemente orecchiabili che chiamano il presidente americano “perdente” e “burattino di Netanyahu”.

Milioni di visualizzazioni. 1,2 milioni di “mi piace” su un singolo filmato di TikTok condiviso da GB News. Condivisioni virali su X, Reddit, Facebook. Il fenomeno è diventato, secondo il New Yorker , un “artefatto culturale ineluttabile” della guerra.

Dietro la produzione più virale c’è un collettivo che si fa chiamare Explosive Media (prima Explosive News, ribattezzato dopo la chiusura degli account YouTube e Instagram). Si definiscono un “gruppo studentesco indipendente con un percorso nell’attivismo sociale”. Fondata nel 2025, l’organizzazione ha iniziato con brevi commenti video prima di passare alle animazioni satiriche.

La questione dell’attribuzione è il cuore del problema, e della genialità. In una corrispondenza con il New Yorker , il gruppo ha negato legami con il governo. Il titolo persiano dei loro video, Revayat-e Fath , coincide però con il nome di un istituto legato alla produzione mediatica istituzionale iraniana. L’agenzia Tasnim, affiliata ai Pasdaran, ha diffuso i video. Lo stesso hanno fatto gli account ufficiali delle ambasciate iraniane nel mondo.

Sono patrioti sinceri che creano contenuti spontanei? Operatori pagati con negabilità plausibile? Un’operazione statale mascherata da iniziativa dal basso? La domanda resta aperta, ma la risposta, ai fini della comunicazione strategica, è quasi irrilevante: il messaggio è arrivato. Ovunque.

In effetti, i contenuti in stile cartone animato hanno molte meno probabilità di essere rimossi dalle piattaforme rispetto ai filmati di guerra reali. Un cavallo di Troia in mattoncini colorati.

La cosa straordinaria è il contrasto con la comunicazione di guerra americana. La Casa Bianca ha pubblicato su X video che mescolano filmati reali di attacchi aerei con scene di Call of Duty , sequenze di Grand Theft Auto: San Andreas , audio da Top Gun e Mortal Kombat . Un video promozionale dell’Operazione Epic Fury si apriva con un cursore che cliccava “Start” nello stile inconfondibile del Wii Sports della Nintendo, per poi montare esplosioni reali con colpi da bowling.

La differenza? I video iraniani raccontano storie: di orrore, di scarpe di bambina vicino alle macerie della scuola femminile di Minab, di bare che tornano a casa. I video americani proiettano dominanza muscolare, senza contesto, narrazione ed emozione che non sia la celebrazione della potenza di fuoco.

Come ha sintetizzato Nancy Snow, professoressa e autrice specializzata in propaganda: “Chi controlla il meme, controlla l’umore.” E l’umore, in questo momento, non sta premiando Washington.

Il professor Roger Stahl dell’Università della Georgia è stato ancora più diretto: l’amministrazione Trump non ha mai costruito una campagna di propaganda bellica prima di lanciare i primi attacchi il 28 febbraio. Non c’è stato alcun tentativo di giustificare il conflitto, né prima né dopo. Al suo posto: meme e dichiarazioni bellicose di Pete Hegseth. Nessuna disciplina del messaggio. Un caos comunicativo totale. L’Aquila Bianca e il Gatto Persiano: la Cina entra in scena Ma se l’Iran è il volto più visibile della guerra informativa, la vera sorpresa strategica viene da Pechino. Il 18 marzo, la televisione di Stato cinese CCTV ha pubblicato un cortometraggio animato di cinque minuti, interamente generato con intelligenza artificiale, che ha fatto il giro del mondo: “L’Aquila Bianca e il Gatto Persiano: cronache di gratitudine e vendetta nella Valle dell’Oro.” Il titolo è un omaggio a Louis Cha, il più popolare scrittore cinese di tutti i tempi con oltre cento milioni di copie vendute, maestro del genere wuxia , il romanzo cavalleresco e marziale della tradizione cinese. L’ambientazione è un paesaggio epico di montagne e fiumi, il jianghu , l’universo immaginario delle arti marziali dove si combattono battaglie e si ristabilisce la giustizia.

La trama è un’allegoria trasparente del conflitto in corso. L’Alleanza dell’Aquila Bianca (gli Stati Uniti) domina il commercio costringendo tutti gli animali a usare la sua valuta. Un avvoltoio con gli occhiali (leggibile come Stephen Miller, o come il banchiere della finanza speculativa) consiglia all’Aquila di attaccare il Clan del Gatto Persiano (l’Iran), che rifiuta di smantellare il suo “nucleo sotterraneo” (il programma nucleare). Parte l’attacco decapitante. I gatti rispondono con “uccelli di legno” (i droni a basso costo). L’Aquila li abbatte con “frecce d’oro” costosissime. L’avvoltoio, terrorizzato, fa i conti: “A questo ritmo, ci dissangueremo.”

La scena più straziante: l’Aquila Bianca attacca una scuola. I gattini persiani, seduti ai banchi, vengono fatti a pezzi. Un sopravvissuto viene accolto fra le braccia. La determinazione persiana si indurisce in qualcosa che va oltre la strategia: una disponibilità al sacrificio che la parte materialmente superiore non può né eguagliare né comprendere.

Il finale è il colpo di genio geopolitico. Quando l’Aquila chiama i suoi alleati commerciali (la NATO, la “Camera di Commercio”) per forzare la riapertura della rotta bloccata (lo Stretto di Hormuz, la “Valle dell’Oro”), nessuno arriva. I mercanti hanno già scoperto un’altra strada: la vecchia Via della Seta, che “impiega qualche giorno in più, ma funziona senza le banconote d’oro dell’Alleanza dell’Aquila.” Un cammello e una gazzella attraversano il deserto con le loro merci. La chiusa cita Sun Tzu: “L’arte della guerra non sta nel combattere, ma nel fermarsi.” Due livelli, due pubblici, una strategia Il confronto fra la produzione iraniana e quella cinese è illuminante e rivela architetture profondamente diverse.

L’Iran parla all’Occidente. I Lego, il rap in inglese, i riferimenti a Epstein, i ritornelli che danno del “perdente” a Trump: tutto è calibrato per penetrare il pubblico americano e occidentale. È propaganda emotiva, viscerale, che punta alla pancia e alla condivisione impulsiva. Come ha osservato un analista su Substack, i contenuti iraniani “sono più vicini ai gusti culturali americani” rispetto a quelli cinesi. E proprio per questo risultano “più sgradevoli nel messaggio di fondo,” che include la glorificazione dei lanci missilistici iraniani e perfino, in un video trasmesso su RT, un attacco simbolico alla Statua della Libertà raffigurata con la testa di Baal.

La Cina, invece, parla al mondo. L’animazione di CCTV non menziona mai esplicitamente la guerra. Non nomina Trump, non nomina l’Iran. Usa l’allegoria, la tradizione letteraria, il linguaggio universale della favola animale. Un bambino di sei anni, ha scritto un commentatore etiope su Medium, “può ora comprendere il concetto di guerra asimmetrica e di egemonia del dollaro, perché gliel’hanno spiegato attraverso gatti e aquile e uccelli di legno.”

E soprattutto, la Cina inserisce nel racconto la soluzione. Non la vendetta, non la vittoria militare: la Via della Seta. La dedollarizzazione. Il commercio alternativo. Il video di CCTV non si limita a deridere l’avversario; propone un modello alternativo. Trasforma cinque minuti di cartone animato in un manifesto della transizione multipolare.

Come ha scritto Jeffrey Caruso nella sua analisi su Inside Cyber Warfare : “L’intelligenza artificiale è ora capace di generare contenuto narrativo emotivamente risonante e strategicamente mirato, tratto da eventi in corso, in tempo quasi reale.” Il Partito Comunista Cinese, aggiunge, “raramente agisce senza un intento specifico su questioni di rilevanza internazionale.”

La domanda allora diventa: è la Cina la vera madre di questa strategia? L’Iran ha i Lego. Ma la Cina ha la visione. I Lego iraniani demoliscono l’avversario. L’animazione cinese costruisce il mondo che viene dopo. Ghalibaf: il generale che è diventato “analista finanziario” Ma i Lego sono solo la punta dell’iceberg. Il vero capolavoro di comunicazione strategica iraniana porta il nome di Mohammad Bagher Ghalibaf , presidente del Parlamento iraniano, ex comandante dei Pasdaran, e, dal 28 febbraio, di fatto l’uomo forte della Repubblica Islamica dopo l’uccisione dell’Ayatollah Khamenei.

Ghalibaf ha adottato una strategia che può essere descritta solo come trumpismo applicato contro Trump . In inglese, su X, con uno stile asciutto e tagliente, senza maiuscole urlate, senza esclamazioni compulsive, ha iniziato a fare qualcosa di inaudito: dare consigli di borsa a Wall Street.

Il 29 marzo ha scritto: “Attenzione: le cosiddette ‘notizie’ o ‘verità’ prima dell’apertura dei mercati sono spesso trappole per la presa di profitto. In pratica, sono un indicatore al contrario. Se pompano, vendete allo scoperto. Se scaricano, comprate.”

Non parlava al suo pubblico iraniano. Parlava direttamente ai trader americani, nella loro lingua e con la loro terminologia. E il punto è che aveva ragione . Il lunedì successivo, Trump scrisse su Truth Social che gli USA erano “in discussioni serie con un nuovo e più ragionevole regime.” L’S&P 500 chiuse in ribasso. Il petrolio continuò a salire.

Come ha scritto The Intel Drop in un’analisi che merita di essere letta per intero: “I funzionari iraniani conoscono il pubblico americano meglio di quanto gli americani conoscano il pubblico iraniano.”

Il fenomeno si è esteso a tutta la rete diplomatica iraniana, con le ambasciate che hanno trasformato i propri profili social in macchine da trolling di precisione chirurgica.

Quando Trump ha postato un messaggio infarcito d’improperi su Truth Social intimando l’apertura dello Stretto, l’ambasciata iraniana in Zimbabwe ha risposto: “Abbiamo perso le chiavi.” Quella in Sudafrica: “Shh… la chiave è sotto il vaso di fiori. Si apre solo per gli amici.” Quella in Thailandia, rispondendo alla minaccia di riportare l’Iran “all’età della pietra”: “A giudicare dalle bestemmie del presidente degli Stati Uniti come se fosse un adolescente, sembra che siano gli americani ad aver raggiunto l’età della pietra prima del previsto.”

Un consolato iraniano ha pubblicato un conteggio aggiornato: Trump ha dichiarato la guerra vinta 12 volte, ha annunciato la distruzione dell’Iran 17 volte, ha “ballato 10 volte” e “si è appisolato 11 volte.”

Lo stesso Ghalibaf, dopo l’abbattimento dell’F-15 americano, ha scritto: “Dopo aver sconfitto l’Iran 37 volte di fila, questa brillante guerra senza strategia che hanno iniziato è stata declassata da ‘regime change’ a ‘Ehi! Qualcuno trova i nostri piloti? Per favore?’ Wow. Che incredibile progresso. Geni assoluti.”

E quando il Pentagono ha dichiarato che un E-3 Sentry americano colpito da un drone iraniano aveva riportato “solo danni lievi”, Ghalibaf ha ripubblicato la foto dell’aereo devastato con la didascalia: “Solo danni lievi”, seguita da tre faccine del gesto “un pochino così.”

Ecco il dato più significativo, e più devastante per Washington. C’è un fenomeno crescente, documentato da analisti e commentatori internazionali: di fronte alle dichiarazioni di Trump sulla guerra, sempre più persone (giornalisti, trader, analisti, cittadini comuni) vanno a verificarle sui media iraniani . Non perché i media iraniani siano obiettivi. Non lo sono, e non pretendono di esserlo. Ma perché le dichiarazioni di Trump sono diventate così erratiche, così internamente contraddittorie, così palesemente sganciate dalla realtà verificabile, che la propaganda iraniana risulta più coerente. Quindi non è propaganda.

Trump dice che l’Iran non ha difese antiaeree. Due giorni dopo, l’Iran abbatte un F-15 e un E-3 Sentry. Trump dice che nessun aereo americano è stato abbattuto dal nemico, nella stessa conferenza stampa in cui celebra il salvataggio dei piloti di un aereo abbattuto dal nemico. Trump dice di aver previsto l’attacco di Bin Laden nel suo libro del 2000: il libro menziona Bin Laden una sola volta, di sfuggita, senza alcuna previsione.

La CNN pubblica una dichiarazione ufficiale del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano che proclama la “vittoria” e la “sconfitta schiacciante” del nemico. Trump la definisce un “falso” proveniente da “un sito nigeriano di fake news.” La CNN risponde: “La dichiarazione è stata ottenuta da portavoce ufficiali iraniani a noi noti e riportata su molteplici organi di stampa statali iraniani.”

Il presidente degli Stati Uniti chiede un’indagine penale contro la CNN per aver riportato ciò che i suoi interlocutori di guerra hanno dichiarato. È un cortocircuito informativo senza precedenti . Hanno vinto davvero? La domanda se i cartoni Lego iraniani abbiano “permesso la vittoria” è mal posta. Come ha osservato l’analisi di Time , la misura del successo non è la persuasione diretta: quanti americani hanno cambiato idea guardando un soldatino Lego? La risposta, probabilmente, è pochi. Ma questo è un metro troppo ristretto.

L’effetto reale è ambientale . I video Lego hanno fatto quattro cose che nessun missile può fare.

Primo: hanno umanizzato l’Iran agli occhi del pubblico globale. Un Paese capace d’ironia, di autoironia, di cultura popolare, di meme, non corrisponde all’immagine del “regime fanatico” che la narrazione bellica richiede per funzionare.

Secondo: hanno esposto l’assurdità della comunicazione americana. Quando la Casa Bianca pubblica montaggi da videogioco come comunicazione ufficiale di guerra, e dall’altra parte rispondono con satira strutturata e puntuale, il contrasto parla da solo.

Terzo: hanno creato un problema di moderazione insolubile per le piattaforme. YouTube e Instagram hanno chiuso gli account di Explosive Media , e il risultato è stato l’effetto Streisand : i video sono diventati ancora più virali. Il gruppo si è semplicemente ricostituito con un nuovo nome e ha continuato.

Quarto, e questo è il punto decisivo: hanno dimostrato che nella guerra dell’informazione del XXI° secolo, la viralità è il messaggio. Anche i video della Casa Bianca sono propaganda. La differenza è che una parte sa raccontare storie e l’altra sa solo esibire muscoli. Tre produttori, tre livelli, un solo bersaglio Proviamo ora a guardare il quadro completo, perché la vera domanda non è se l’Iran abbia vinto la guerra della narrazione, ma chi l’abbia concepita.

L’Iran produce i Lego: satira viscerale, in inglese, calibrata sul pubblico occidentale, pensata per distruggere la credibilità dell’avversario. È l’artiglieria leggera della guerra comunicativa: rapida, economica, virale.

La Cina produce l’allegoria strutturale: animazione in stile wuxia , radicata nella propria tradizione culturale, che non si limita a deridere ma propone un modello alternativo. Là dove l’Iran demolisce, la Cina costruisce. Là dove i Lego puntano alla pancia, il Gatto Persiano punta alla testa. E nel finale del cortometraggio di CCTV, quando i mercanti abbandonano le “banconote d’oro” dell’Aquila Bianca per percorrere la nuova Via della Seta, il messaggio non è più satirico: è programmatico.

La Russia, nel frattempo, amplifica. RT ha trasmesso contenuti iraniani, video attribuiti a fonti non meglio precisate hanno circolato sui canali russi e Mosca, come osservato da diversi analisti, “è da tempo anni luce avanti rispetto a CCTV nel creare propaganda che risuona con il pubblico americano.”

La domanda che nessuno pone esplicitamente, ma che il quadro impone, è questa: il fatto che CCTV abbia pubblicato il suo cortometraggio il 18 marzo, a meno di tre settimane dall’inizio del conflitto, con una qualità narrativa e una sofisticazione allegorica che presuppongono una preparazione non improvvisata, suggerisce che Pechino avesse già previsto e pianificato la guerra dell’informazione ben prima che i primi missili colpissero Teheran?

Se è così, allora l’Iran è il braccio e la Cina è il cervello. I Lego sono l’arma tattica; l’Aquila Bianca e il Gatto Persiano sono la dottrina strategica. Il soldatino di plastica fa ridere. La favola cinese fa pensare . La lezione La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. Ma la narrazione è il moltiplicatore.

L’Iran del 2026 ha capito qualcosa che gli Stati Uniti di Trump sembrano aver dimenticato: in un’epoca in cui la guerra viene assorbita dall’economia dell’attenzione, chi controlla la storia controlla il campo. E a volte, per controllare la storia, bastano dei mattoncini di plastica, un po’ di intelligenza artificiale e un senso dell’umorismo che il tuo avversario non possiede.

Ma dietro i mattoncini, forse, c’è qualcuno che gioca una partita più lunga. Qualcuno che non ride, non provoca, non fa battute sulle chiavi dello Stretto. Qualcuno che, mentre tutti guardano i Lego, disegna le rotte commerciali del prossimo secolo attraverso una favola di gatti e aquile.

Ghalibaf, rispondendo alle minacce di Trump, ha citato Mark Twain. Le ambasciate iraniane rispondono alle parolacce presidenziali con battute da stand-up comedy diplomatica. Explosive Media trasforma la distruzione di una scuola femminile in un’animazione che il mondo intero condivide, piange e ricorda.

Dall’altra parte, il presidente degli Stati Uniti pretende la pelle sulla sua sedia, punta il dito sullo schermo e urla “TREASON” contro chi riporta ciò che il nemico ha detto.

Chi è più avanti? La risposta, come direbbe Ghalibaf, è un indicatore al contrario. Fate il’opposto di ciò che vi dicono. E guardate i Lego. Poi, se volete capire davvero, osservate anche il Gatto Persiano.

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