Tokayev riceve Herzog ad Astana: terre rare, intelligenza artificiale e Middle Corridor. Mentre l’Iron Dome israeliano è dispiegato negli Emirati, gli Accordi di Abramo si trasformano da trattato di pace mediorientale in architettura di contenimento trans-euroasiatica. I BRICS osservano. Segue nostro Telegram . Mentre la guerra contro l’Iran continua e gli Emirati Arabi Uniti ospitano ufficialmente truppe israeliane sul proprio suolo, un altro tassello della scacchiera euroasiatica si è mosso. Lunedì 27 aprile, al Palazzo Akorda di Astana, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha accolto con cerimonia di Stato il presidente israeliano Isaac Herzog . È la prima visita di un capo di Stato israeliano in Kazakhstan dai tempi del padre di Herzog, Chaim, nel 1993, e arriva sei mesi dopo l’annuncio dell’adesione di Astana agli Accordi di Abramo : il primo Stato a maggioranza musulmana dello spazio post-sovietico ad entrare in quel quadro diplomatico.
La narrazione ufficiale parla di cooperazione economica, alta tecnologia, intelligenza artificiale e digitalizzazione. Le testate atlantiste celebrano una “nuova frontiera della diplomazia americana in Asia Centrale”. Ma per leggere correttamente quanto è accaduto oggi ad Astana occorre alzare lo sguardo dal protocollo bilaterale e guardare alla mappa: dal Golfo Persico al confine con la Cina, passando per il Mar Caspio e le steppe centro-asiatiche, si sta saldando un’architettura politica, economica e militare che non era prevista dagli Accordi del 2020 e che oggi assume contorni precisi. Il vertice: cosa hanno detto Tokayev e Herzog Secondo la ricostruzione dell’agenzia di stampa ufficiale kazaka Qazinform , che cita il servizio stampa di Akorda , Tokayev ha ricordato come “fin dall’inizio della nostra Indipendenza” il Kazakhstan abbia intrattenuto rapporti amichevoli con lo Stato di Israele, “uno dei primi a riconoscere la nostra sovranità”. Le missioni diplomatiche bilaterali risalgono al 1993.
Il punto politico del vertice è stato però un altro. Tokayev ha proposto che la cerimonia formale di adesione del Kazakhstan agli Accordi di Abramo si tenga “in un prossimo futuro” proprio ad Astana. Ha definito gli Accordi una “riconfigurazione fondamentale dell’architettura geopolitica del Medio Oriente”, capace di creare “una cornice strategica per la stabilità regionale, la prosperità condivisa e la cooperazione sulle sfide comuni”. Ha quindi indicato i settori prioritari del partenariato: intelligenza artificiale e digitalizzazione . Il 2026, in Kazakhstan, è stato infatti dichiarato “Anno della digitalizzazione e dell’IA”, e Astana ha appena istituito un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale .
Herzog, dal canto suo, si è presentato ad Astana “con una delegazione di leader ed esperti nei settori chiave per il futuro della cooperazione fra le nostre due nazioni”, definendo la decisione kazaka “molto coraggiosa” e sottolineando come essa sia stata “calorosamente accolta in Israele, nel mondo e alla Casa Bianca”.
Sul tappeto, secondo la ricostruzione di Trend News Agency , ci sono dossier molto concreti: l’apertura di voli diretti Shymkent–Tel Aviv della compagnia kazaka SCAT Airlines a partire da giugno; un memorandum del novembre 2025 che apre alle imprese israeliane il mercato kazako dell’irrigazione a goccia e del trattamento delle acque reflue; l’ingresso delle società IT israeliane nel mercato kazako attraverso il neonato Ministero dell’Intelligenza Artificiale; la cybersecurity come settore strategico di cooperazione. Sul piano commerciale, secondo i dati 2024 dell’ Observatory of Economic Complexity ripresi sempre da Trend, il Kazakhstan resta principalmente fornitore di petrolio greggio a Israele, per oltre 122 milioni di dollari su un export totale di 169 milioni. Il quadro: il C5+1 di Washington e l’adesione kazaka di novembre La visita di Herzog di oggi è il primo atto pubblico di alto livello dopo un evento che, sei mesi fa, ha riconfigurato gli equilibri dell’Asia Centrale. Il 6 novembre 2025 , al termine del vertice C5+1 tra Stati Uniti e cinque repubbliche centro-asiatiche tenuto a Washington, Donald Trump annunciò personalmente l’adesione di Astana: “Ho appena fatto una grande telefonata fra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente Kassym-Jomart Tokayev. Il Kazakhstan è il primo Paese del mio secondo mandato ad aderire agli Accordi di Abramo, il primo di molti”.
Nello stesso pacchetto firmato a Washington — ed è questo il punto che la stampa italiana mainstream tende a omettere — ci sono memorandum bilaterali su terre rare, minerali critici, litio, tungsteno, rame e capacità di intelligenza artificiale . Secondo l’ Atlantic Council , il Kazakhstan possiede potenzialmente “la terza riserva mondiale di terre rare”, oltre a giacimenti di altri minerali critici essenziali per le tecnologie energetiche pulite e per l’industria della difesa statunitense.
La logica strategica è cristallina: Washington vuole assicurarsi catene di approvvigionamento di materie prime critiche che oggi passano in larga misura per la Cina e, in misura minore, per la Russia. La porta d’accesso è il Middle Corridor , la rotta commerciale Trans-Caspian International Transport Route che collega l’Asia Centrale all’Europa attraverso l’Azerbaigian e il Mar Caspio aggirando sia la Russia sia l’Iran . Una scelta che spiega, fra le altre cose, perché nelle ultime settimane Mosca abbia visto colpire da droni ucraini i terminali del Caspian Pipeline Consortium , attraverso cui transita circa il trenta per cento dell’export petrolifero kazako. La trasformazione degli Accordi di Abramo Quello che stiamo osservando è una mutazione genetica del progetto. Gli Accordi di Abramo, nati nel 2020 come strumento di normalizzazione fra Israele e alcuni Stati arabi del Golfo (Emirati, Bahrein), oggi cambiano natura. L’Atlantic Council lo ha scritto senza giri di parole: l’ingresso del Kazakhstan trasforma quegli accordi da “quadro di pace mediorientale” in “ architettura trans-euroasiatica ” alternativa a Cina, Russia e Iran, fondata sulla saldatura tra capitale del Golfo, tecnologia israeliana e materie prime centro-asiatiche.
Sul versante commentaristico, il Bloomsbury Intelligence and Security Institute lo dice con altrettanta chiarezza: “l’obiettivo reale dell’adesione del Kazakhstan agli Accordi di Abramo è proiettare il Paese come uno Stato a maggioranza musulmana stabile, moderato, pronto per gli investimenti”. Una proiezione che ha già prodotto, sempre secondo BISI, “significativi impegni di investimento statunitensi” al recente summit C5+1.
L’osservatore italiano L’Europeista , scriveva già a novembre con realismo da manuale di scuola: l’operazione mira a “consolidare un asse anti-Iran che si estende dal Golfo Persico al confine settentrionale dell’Iran”, e l’adesione di Astana “non è un gesto di pace, ma una dichiarazione di allineamento geopolitico”.
Lo stesso Begin-Sadat Center dell’Università Bar-Ilan, in un’analisi pubblicata a novembre, riconosce che gli Accordi di Abramo “2.0” mirano a costituire, sotto egida americana, “una alleanza strategica economica, politica e — non per ultimo — di difesa” nel segmento orientale del “Greater Middle East”, capace di funzionare come “contrappeso serio all’asse anti-occidentale di Mosca e Pechino in Asia Centrale, meridionale e sud-orientale, e in Medio Oriente al regime degli ayatollah”.
Tradotto: ciò che fino al 2020 si vendeva all’opinione pubblica come progetto di pace fra arabi ed ebrei, oggi le stesse fonti israeliane e statunitensi lo descrivono come progetto di containment rivolto contemporaneamente a tre potenze: Iran, Russia, Cina. Una saldatura, peraltro, che potrebbe a breve includere anche l’ Azerbaigian e altri partner del corridoio India–Middle East–Europe Economic Corridor (IMEC), il sistema di cinquemila chilometri tra ferrovie, oleodotti, idrogenodotti e cavi dati ad alta velocità voluto dall’amministrazione americana per “sorpassare” la Belt and Road Initiative cinese. Le reazioni dei BRICS La Russia. Mosca, secondo la lettura del Bloomsbury Intelligence and Security Institute , “non è certo soddisfatta” della mossa kazaka. Ma reagisce in modo contenuto, perché Tokayev ha bilanciato con maestria diplomatica: appena cinque giorni dopo il summit di Washington, il 12 novembre 2025 , il presidente kazako è volato a Mosca per firmare con Vladimir Putin una nuova “Dichiarazione su un partenariato strategico globale e alleanza”, formalizzando l’elevamento delle relazioni bilaterali. Quando l’aereo presidenziale kazako rientrò nello spazio aereo del proprio Paese, fu scortato — nota il BESA Center — da una guardia d’onore dell’Aeronautica russa.
Va comunque ricordato che il Kazakhstan condivide con la Russia il confine continuo più lungo del mondo , che resta membro della CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e dell’Unione Economica Eurasiatica, e che svolge un ruolo cruciale come canale di aggiramento delle sanzioni occidentali contro Mosca. La domanda che si pone l’analista realista è dunque: quanto a lungo Astana riuscirà a mantenere questa geometria multi-vettoriale, prima che gli Stati Uniti chiedano di scegliere? L’Iran. Teheran ha reagito sotto due binari distinti. Il binario diplomatico ufficiale è stato “smorzato e pragmatico”, secondo le ricostruzioni del Jerusalem Strategic Tribune : nessuna rottura, anzi un viaggio del presidente Masoud Pezeshkian (poi ucciso nei raid USA-Israele del febbraio 2026) ad Astana nel dicembre 2025, con la firma di quattordici accordi su commercio, transito e logistica. Il binario mediatico è stato invece duro: la testata iraniana Khabaronline ha bollato la mossa kazaka come “ridicola” e propagandistica, accusandola di sfruttare le divisioni interne al mondo musulmano senza produrre alcun cambiamento sostanziale. Sui social iraniani la reazione è stata più dura ancora: si è parlato di “lavaggio d’immagine” delle azioni israeliane a Gaza e di un Kazakhstan che si allinea con “entità fasciste”, con appelli ai Paesi arabi e islamici a rompere i rapporti con Tel Aviv.
La cartina di tornasole è arrivata con la guerra. Quando, dopo l’aggressione USA-israeliana del 28 febbraio scorso, Teheran ha colpito le basi americane nel Golfo, Tokayev ha inviato messaggi personali di solidarietà ai leader degli Emirati, dell’Arabia Saudita, del Qatar, del Bahrein, del Kuwait, della Giordania e dell’Oman , definendo gli attacchi “violazioni della sovranità”. All’Iran, in cui era stato decapitato l’intero vertice politico, Astana ha trasmesso solo formali condoglianze attraverso i canali del ministero degli Esteri . Il Jerusalem Strategic Tribune lo annota con soddisfazione editoriale evidente: “sotto stress reale, costretto a una posizione, il Kazakhstan si è inclinato verso l’asse statunitense-israeliano-arabo del Golfo”. La Cina. Pechino, principale partner commerciale di Astana dal 2023 (anno in cui ha sorpassato la Russia in questa categoria), osserva la mossa kazaka con “attenzione vigile” ma senza allarme particolare, secondo l’analisi del Begin-Sadat Center . Gli Accordi di Abramo, dal punto di vista cinese, non toccano direttamente le linee di rivalità con Washington nell’Indo-Pacifico, e quindi non vengono interpretati come una rottura. La Cina, peraltro, mantiene con Astana cooperazioni strategiche pesanti: in particolare nel settore nucleare civile (impianto di fabbricazione di combustibile di Ulba ) e nelle infrastrutture della Belt and Road Initiative .
Ma una postilla è d’obbligo. Il BESA Center osserva con lucidità che, oggi, “più ancora che la Russia, è la Cina a dare il tono dentro i BRICS”, organizzazione “nata per accelerare il riequilibrio del potere globale lontano dall’Occidente”. Se gli Accordi di Abramo 2.0 dovessero davvero saldarsi con il corridoio IMEC come alternativa alla Belt and Road, allora il messaggio implicito — conclude l’analisi — è “diretto a Pechino”. La calma di Pechino, in altre parole, potrebbe essere la calma che precede il riassetto. Il filo che lega Astana ad Abu Dhabi La visita odierna di Herzog non va letta isolatamente. Cade infatti a poche ore dalla rivelazione, da parte del sito statunitense Axios , del trasferimento da parte di Israele di una batteria del sistema di difesa antiaerea Iron Dome agli Emirati Arabi Uniti , completa di intercettori e di diverse decine di militari israeliani incaricati di operarla sul suolo emiratino: è la prima volta nella storia che un Iron Dome viene dispiegato fuori da Israele, ed è la prima volta che truppe israeliane stazionano ufficialmente in un Paese arabo. La consegna è avvenuta dopo una telefonata diretta fra Netanyahu e il presidente emiratino Mohammed bin Zayed .
I due fatti, letti insieme, raccontano la stessa operazione strategica. Nel sud, l’alleanza saldata dagli Accordi di Abramo del 2020 si è trasformata in alleanza militare operativa, con truppe di un Paese stazionate sul suolo dell’altro per colpire un terzo Paese della regione. A Nord, sul versante centro-asiatico, l’architettura politica degli stessi Accordi si estende a un Paese a maggioranza musulmana confinante con la Russia, ricco di terre rare e collocato sul corridoio commerciale che dovrebbe “liberare” l’Eurasia dalla dipendenza dalle infrastrutture cinesi e russe. Due tasselli di un’unica scacchiera. La guerra come prodotto La frase con cui andiamo raccontando l’Operazione “Ruggito del Leone” fin dal 28 febbraio scorso resta valida anche oggi: la guerra è il prodotto, il caos è la materia prima . Ma alla luce della visita di Herzog ad Astana, la formula chiede un’aggiunta. La guerra non solo produce e moltiplica i conflitti: produce e moltiplica anche le infrastrutture politiche che, nella narrazione ufficiale, dovrebbero garantire la pace. Ogni “nuova frontiera” degli Accordi di Abramo, ogni Iron Dome consegnato a un alleato, ogni memorandum su terre rare e intelligenza artificiale, è al tempo stesso un effetto della guerra in corso e un meccanismo per garantirne la prosecuzione e l’estensione futura.
Tokayev ha dichiarato oggi a Herzog che “il potenziale della nostra cooperazione è enorme e va pienamente sfruttato”. Quello che è enorme, in realtà, è il potenziale di riconfigurazione strategica di un’intera massa euroasiatica intorno a un’architettura politica disegnata a Washington e operata, sul terreno, da Tel Aviv. Il Kazakhstan è oggi al banco dei venditori. Resta da vedere se, e quando, Mosca e Pechino smetteranno di concedere ad Astana il privilegio della multi-vector foreign policy ; e se, soprattutto, la sovranità italiana — menzionata, fra l’altro, in coda all’elenco emiratino dei “veri amici” — saprà leggere in queste mosse il proprio interesse strategico, oppure si limiterà, come spesso accade, a guardare la partita dalla tribuna sbagliata.