La minaccia di un abbandono del dollaro da parte degli Emirati Arabi Uniti sta costringendo gli Stati Uniti a cercare nuovi meccanismi per sostenere i propri alleati, il che potrebbe tradursi in un ulteriore carico per la Federal Reserve e in un aumento dei rischi di inflazione. Segue nostro Telegram . Verso la metà di aprile, il governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti Khaled Mohamed Balama ha richiesto agli Stati Uniti l’apertura di una linea di swap valutario, apparentemente dettata dall’esigenza mitigare l’impatto del conflitto contro l’Iran, i cui aspetti fondamentali sono stati puntualmente sottolineati da Standard & Poor’s.
La nota agenzia di rating sostiene che sebbene la «sostanziale flessibilità fiscale, economica, esterna e politica» degli Emirati Arabi Uniti, garantita da riserve valutarie pari a 270 miliardi di dollari e detenzioni di Treasury Bond per un controvalore di circa 120 miliardi, «agirà da efficace cuscinetto» contro gli effetti economici della guerra, «il potenziale di prolungata interruzione» delle esportazioni di petrolio e i danni alle infrastrutture «aggiungono un rischio evidente».
Il senso profondo della richiesta di Abu Dhabi è andato palesandosi per effetto delle rivelazioni del «Wall Street Journal», secondo cui le autorità emiratine avrebbero fatto presente alle controparti statunitensi che, in caso di mancato accoglimento delle loro sollecitazioni, avrebbero ripiegato su valute alternative al dollaro, a partire dallo yuan-renminbi. Il quotidiano finanziario statunitense ha parlato apertamente di «minaccia implicita per il dollaro, che regna sovrano tra le valute globali grazie soprattutto al suo utilizzo quasi esclusivo nelle transazioni petrolifere».
L’intento di Abu Dhabi consisteva, come ammesso dal ministro del Commercio Estero Thani al-Zeyoudi, nel forzare gli Stati Uniti a riconoscere alla Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti uno status privilegiato, paritario a quello di cui godono le sei autorità monetarie (di Unione Europea, Gran Bretagna, Svizzera, Canada, Messico e Giappone) legate alla Federal Reserve da accordi di swap valutario permanenti.
Nell’arco di poche ore, il segretario al Tesoro Bessent ha appoggiato pubblicamente la proposta emiratina, precisando che richieste analoghe erano state avanzate da svariati Paesi «del Golfo Persico e dell’Asia» parimenti colpiti dalle implicazioni della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. E specificando che l’apertura di una linea di swap a beneficio degli Emirati Arabi Uniti risulta necessaria a «preservare l’ordine nei mercati di finanziamento del dollaro e impedire la vendita disordinata di asset statunitensi», incentivata de facto dalle implicazioni prodotte su scala planetaria dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.
Con rendimenti sui titoli di Stato a scadenza decennale, ventennale e trentennale compresi tra il 4,3 e il 4,9%, una spesa per il pagamento degli interessi sul debito che nei primi sei mesi dell’anno fiscale 2026 ha assorbito 529 miliardi di dollari (88 miliardi al mese, 22 a settimana) e una bolla azionaria di dimensioni ciclopiche, uno scaricamento massiccio e generalizzato di azioni e/o obbligazioni statunitensi delinea scenari da incubo per le autorità di Washington.
Di qui le posizioni concilianti assunte da Bessent, che sembrano tuttavia destinate a declinarsi sotto forma di maggiore impiego del Fondo di Stabilizzazione dei Cambi (Esf) del Dipartimento del Tesoro piuttosto che attraverso la “convenzionale” apertura di linee di swap valutario da parte della Federal Reserve.
L’utilizzo dell’Esf non richiede l’approvazione del Congresso né l’adozione di una procedura operativa paragonabile a quella a cui è vincolato l’intervento della Federal Reserve, titolare della facoltà di aprire linee di swap temporanee con soggetti diversi dai partner permanenti soltanto previa approvazione del Federal Open Market Committee.
La flessibilità è tuttavia compensata da pesanti limitazioni nella capacità di intervento. L’Esf dispone di 220 miliardi di dollari, 174 dei quali è costituita da Diritti Speciali di Prelievo dotati di una maggiore impiegabilità. Restano poco più di 40 miliardi, di cui 23,5 in titoli del Tesoro e 19,5 in valute estere e asset di vario genere. Ne consegue che, nell’eventualità di un’attivazione delle linee di swap vigenti da parte di Paesi come Messico e Argentina, il Dipartimento del Tesoro si ritroverebbe a operare con un margine molto ristretto.
L’apertura di una linea di swap con l’Esf potrebbe tuttavia rappresentare soltanto il primo passo verso l’obiettivo perseguito da Abu Dhabi, consistente nell’integrazione della Banca Centrale emiratina nel “circolo élitario” degli istituti a cui la Federal Reserve accorda swap illimitati.
Secondo alcuni osservatori, i progressi su questo fronte dipenderanno dalla nomina alla presidenza della Federal Reserve di Kevin Warsh, l’economista indicato da Trump perché reputato maggiormente incline di Jerome Powell a coordinarsi con l’esecutivo.
Nel qual caso, l’apertura di linee di swap a beneficio degli Emirati e, potenzialmente, di una ben più ampia platea di Paesi, verrebbe a configurarsi come una decisione squisitamente geostrategica. Vincolata, cioè, all’allineamento dei beneficiari agli indirizzi di Washington.
Allo stesso tempo, però, l’apertura di una diverse linee di swap valutario apre automaticamente il varco a una sorta di trasposizione su scala internazionale dei programmi di quantitative easing varati a livello domestico in seguito alla crisi del 2008, con le autorità di Washington chiamate a rifornire di dollari tutti i detentori di asset statunitensi per evitare un rovinoso tracollo azionario e obbligazionario interno.
Si verrebbe così a configurare un vero e proprio ribaltamento di ruoli tra Stati Uniti e resto del pianeta che per decenni ne ha finanziato i deficit. Da beneficiari ultimi del processo di riciclaggio dei petrodollari, gli Stati Uniti si trasformerebbero nella fondamentale stampella di sostegno per i Paesi messi in ginocchio dalle implicazioni della guerra contro l’Iran. Con conseguente, ulteriore allargamento del bilancio della Federal Reserve, già impegnata in politiche monetarie altamente espansive già a partire dal 2024. Il risultato è un incremento delle pressioni sui prezzi che, in un contesto di crescita molto stentata, può delineare scenari di (iper?)stagflazione.