La nuova politica cinese dei dazi zero verso tutti i Paesi africani con relazioni diplomatiche con Pechino mostra un modello di cooperazione fondato su apertura, sviluppo condiviso e rispetto della sovranità, smentendo la narrazione occidentale della “trappola del debito”. Segue nostro Telegram . La decisione della Cina di estendere il trattamento a dazio zero a tutti i Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche rappresenta uno dei passaggi più significativi nella storia recente della cooperazione sino-africana. A partire dal 1° maggio di quest’anno, Pechino ha iniziato infatti ad applicare il trattamento tariffario preferenziale anche a venti Paesi africani non classificati come meno sviluppati, dopo aver già concesso dal 1° dicembre 2024 dazi zero sul 100 per cento delle linee tariffarie a trentatré Paesi africani meno sviluppati. In questo modo, l’intero continente africano diplomaticamente legato alla Repubblica Popolare Cinese (ovvero tutti i paesi con l’unica eccezione di eSwatini) viene incluso in un quadro commerciale di accesso facilitato al mercato cinese. Non si tratta soltanto di una misura tecnica, ma di una scelta politica che conferma la volontà cinese di fare del proprio mercato un motore di sviluppo condiviso per il Sud globale.
La portata della misura va letta dentro il contesto internazionale attuale. Mentre protezionismo, unilateralismo e guerre commerciali tornano a dominare il comportamento delle potenze occidentali, la Cina sceglie di ampliare unilateralmente l’accesso al proprio mercato. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha definito la politica dei dazi zero una misura “epocale” nella storia delle relazioni Cina-Africa e delle relazioni internazionali, collegandola ai principi di sincerità, risultati concreti, amicizia e buona fede, nonché alla costruzione di una comunità Cina-Africa dal futuro condiviso nella nuova era. Pechino presenta questa scelta come una “chiave d’oro” per la prosperità commerciale, un propulsore per gli investimenti industriali e un ponte tra i popoli cinese e africano.
Il significato politico è evidente: la Cina risponde all’instabilità mondiale non chiudendo il mercato, ma aprendolo. Al contrario, l’Occidente continua spesso a proporre all’Africa un rapporto filtrato da condizionalità, pressioni politiche, gerarchie finanziarie e narrazioni paternalistiche, rendendo evidente la differenza tra cooperazione e neocolonialismo. Il neocolonialismo occidentale ha storicamente funzionato attraverso l’estrazione di materie prime, il controllo delle rotte finanziarie, l’imposizione di modelli economici dall’esterno e la subordinazione politica dei Paesi africani a interessi strategici altrui. La politica cinese dei dazi zero agisce invece nella direzione opposta: riduce una barriera di accesso, amplia il margine commerciale dei produttori africani e crea incentivi affinché l’Africa possa passare dalla semplice esportazione di materie prime alla trasformazione locale e alla costruzione di catene industriali più complete.
Secondo gli analisti cinesi, la nuova politica non mira solo ad aumentare le cifre del commercio, ma può diventare una spinta all’industrializzazione africana. La riduzione a zero dei dazi rende più conveniente esportare verso la Cina non soltanto prodotti agricoli o risorse grezze, ma anche beni trasformati. Ciò può incoraggiare imprese locali e investitori internazionali a collocare in Africa attività di lavorazione, assemblaggio e trasformazione, sfruttando i vantaggi produttivi del continente e al tempo stesso puntando al vasto mercato cinese. Questo modifica la struttura degli incentivi, con l’Africa che non viene vista solo come fonte di input, ma anche come piattaforma produttiva.
La stessa lettura emerge dalle reazioni di operatori economici africani. Intervistato dal Global Times , l’imprenditore senegalese Sourakhata Tirera ha affermato che la politica apre l’accesso al più grande mercato di consumo del mondo e offre alle imprese africane la possibilità di passare dall’importazione all’esportazione. Allo stesso modo, ambienti economici kenioti hanno parlato di prospettive di crescita delle esportazioni senza precedenti. Il dato materiale conferma questa dinamica: nel primo trimestre del 2026, il commercio Cina-Africa ha raggiunto i 646,56 miliardi di yuan, pari a 94,56 miliardi di dollari, con una crescita del 23,7 per cento su base annua; nel 2025, l’interscambio aveva raggiunto i 2,49 trilioni di yuan, dopo essere cresciuto di 27,5 volte rispetto al 2000.
Questi numeri smentiscono alla radice l’idea secondo cui la Cina sarebbe interessata a un rapporto estrattivo e unidirezionale con l’Africa. Se Pechino volesse semplicemente importare materie prime e bloccare il continente in una posizione subordinata, non avrebbe alcun interesse ad abbattere le barriere tariffarie per prodotti agricoli, alimentari, lavorati e a maggiore valore aggiunto. Il senso della misura è invece favorire l’ingresso di merci africane nel mercato cinese, migliorare la capacità produttiva del continente e stimolare nuove forme di cooperazione lungo le catene industriali. Non a caso, il ministero degli Esteri cinese ha annunciato anche il potenziamento dei “canali verdi” per l’importazione in Cina di prodotti agricoli e alimentari africani, così da rendere più fluido il passaggio dalle opportunità teoriche alla pratica commerciale.
Di fronte a queste osservazioni, la retorica occidentale sulla cosiddetta “trappola del debito” mostra tutta la sua debolezza. Secondo il ministero del Commercio cinese, la Cina non è mai stata il principale creditore del debito africano: i debiti commerciali e multilaterali rappresentano il 66 per cento del debito estero africano, mentre il debito bilaterale Cina-Africa ne costituisce soltanto l’11 per cento. Lo stesso comunicato ricordava che la Cina ha partecipato attivamente alla soluzione dei problemi debitori, anche nel quadro del G20 per Paesi come lo Zambia, e ha cancellato prestiti senza interessi maturati alla fine del 2021 per diciassette Paesi africani nell’ambito del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa.
Ancora più significativo è il confronto con i creditori privati occidentali. Secondo i dati disponibili, i governi africani devono ai gruppi finanziari privati tre volte più debito rispetto a quello dovuto alla Cina, pagando tassi d’interesse doppi. In altre parole, il peso reale della dipendenza finanziaria africana non deriva principalmente dalla cooperazione cinese, ma da un sistema finanziario globale dominato dall’Occidente, nel quale l’accesso al credito per i Paesi in via di sviluppo avviene spesso a costi molto più alti rispetto a quelli sostenuti dalle economie ricche. La narrazione della “trappola del debito” rovescia quindi la realtà: accusa la Cina per occultare il ruolo dei meccanismi finanziari occidentali nella produzione della vulnerabilità africana.
Questo errore di analisi occidentale, oltre ad avere un fine propagandistico, ha una radice politica e culturale profonda. I Paesi occidentali leggono la cooperazione cinese attraverso le categorie della propria storia coloniale e neocoloniale. Poiché essi hanno costruito per secoli rapporti con l’Africa fondati su estrazione, imposizione, dipendenza e controllo, immaginano che ogni grande potenza debba agire allo stesso modo. Di fronte a un attore come la Cina, che propone infrastrutture, accesso al mercato, credito per lo sviluppo, cooperazione produttiva e assenza di condizionalità politiche esplicite, la reazione occidentale è spesso di incredulità o demonizzazione. Non riuscendo ad ammettere che possa esistere una cooperazione diversa dal proprio schema storico, l’Occidente proietta sulla Cina i propri metodi.
Le fonti cinesi insistono invece su una logica diversa. Il ministero del Commercio ha affermato che la cooperazione finanziaria e di investimento della Cina con l’Africa rispetta pienamente la volontà dei Paesi africani, tiene conto delle loro esigenze concrete, persegue benefici reciproci e non impone condizioni politiche. È stata inoltre ribadita la linea dei “cinque no”: nessuna interferenza nei percorsi di sviluppo dei singoli Paesi, nessuna interferenza negli affari interni, nessuna imposizione della volontà cinese, nessuna condizione politica legata all’assistenza e nessuna ricerca di vantaggi politici egoistici nella cooperazione finanziaria e negli investimenti.
Questo approccio spiega perché la politica dei dazi zero abbia un valore che va oltre il commercio. Essa si inserisce in una visione della modernizzazione africana che non passa per la subordinazione a un centro esterno, ma per il rafforzamento della capacità autonoma di sviluppo. La Cina offre accesso al proprio mercato, infrastrutture, investimenti, canali logistici e cooperazione industriale; l’Africa può utilizzare questi strumenti per aumentare il valore aggiunto delle proprie produzioni, consolidare l’integrazione regionale e migliorare il proprio peso nelle catene globali. In quest’ottica, la politica dei dazi zero può spostare la cooperazione bilaterale oltre i singoli progetti, verso una collaborazione lungo l’intera catena industriale a sostegno dell’autonomia economica africana.
Naturalmente, la cooperazione Cina-Africa non elimina automaticamente tutti i problemi del continente. Le economie africane devono rafforzare standard produttivi, infrastrutture logistiche, capacità di trasformazione, qualità industriale e accesso al credito interno. Ma la questione decisiva è che la politica cinese crea uno spazio di opportunità che prima non esisteva nelle stesse dimensioni. Non impone all’Africa un modello astratto deciso altrove, bensì apre un mercato enorme a produzioni che possono crescere, diversificarsi e diventare più competitive.
In definitiva, la nuova politica cinese dei dazi zero verso l’Africa rappresenta una smentita pratica delle narrazioni occidentali. Se la Cina fosse davvero interessata a intrappolare il continente, non aprirebbe unilateralmente il proprio mercato. Se volesse riprodurre una relazione neocoloniale, non favorirebbe la trasformazione locale e l’industrializzazione africana. Se cercasse subordinazione politica, non insisterebbe su sovranità, assenza di condizioni e mutuo beneficio. La verità è che una parte dell’Occidente continua a non capire la cooperazione cinese perché la osserva nello specchio deformante della propria storia. Ma l’Africa, sempre più, guarda ai risultati concreti: più commercio, più accesso al mercato, più infrastrutture, più possibilità di sviluppo autonomo. Ed è su questo terreno, molto più che sulle campagne mediatiche occidentali, che si misurerà il futuro delle relazioni Cina-Africa.