Le guerre di Palantir


“The Technological Republic” è un libro scritto da Alexander Karp e da Nichiolas W. Zamiska. In esso, il CEO di Palantir ed il suo consigliere legale delineano quelle che, a loro modo di vedere, dovrebbero essere le implicazioni della tecnologia IA non solo nella dottrina militare degli Stati Uniti ma anche, e più propriamente, nella loro struttura politico-istituzionale. Il discorso di Karp, più in generale, si impone come l’attesa e la preparazione all’avvento di un nuovo modello distopico occidentale. Segue nostro Telegram . In diverse occasioni, qui compreso, si è parlato del ruolo della tecnologia IA di Palantir nella scelta degli obiettivi da colpire sia a Gaza che in Libano (con i più che evidenti esiti disastrosi), sia nell’attuale nuova fase conflittuale con l’Iran (senza considerare il ruolo esercitato nelle retate dell’ICE sul territorio statunitense, soprattutto in Minnesota). Tuttavia, ciò su chi sarebbe necessario attirare l’attenzione è la progressiva trasformazione di Palantir da azienda privata a Moloch tecnologico con più di un’aspirazione al controllo diretto del sistema politico statunitense. In questo senso, sono emblematici i 22 punti per la costruzione di una “Repubblica tecnologica” che l’attuale CEO e cofondatore di Palantir (insieme a Peter Thiel), Alexander Karp, ha recentemente pubblicato sulla piattaforma X, riprendendo tra l’altro un suo libro dal titolo medesimo (“ The technological republic: hard power, soft belief , and the future of the West ”). Karp, padre ebreo e madre afro-americana, al contrario del suo socio Thiel (portavoce dell’idea secondo cui Trump sarebbe il Katechon che frena il regno anticristico globalista che avrebbe nella Cina il suo promotore), è stato per lungo tempo un sostenitore del Partito democratico e solo in tempi più recenti è progressivamente scivolato verso posizioni trumpiste. Di Trump, in particolar modo, ha apprezzato la sua vicinanza ad Israele e la sua politica aggressiva nei confronti dell’Iran. Nei suoi 22 punti traspaiono quelle che sono le sue idee sul futuro dell’ordine globale ed il preciso ruolo che in esso dovrebbero ricoprire gli stessi Stati Uniti. In primo luogo, Karp (anche a ragione, bisogna riconoscerlo) afferma che le aziende della Silicon Valley abbiano un debito enorme nei confronti del Paese che ha permesso loro di arricchirsi in modo smisurato. Di conseguenza, dovrebbero restituire qualcosa in cambio. Un qualcosa che lui identifica nello sforzo per realizzare un programma militare (e politico) interamente fondato sull’intelligenza artificiale. Karp è molto chiaro. L’era delle armi nucleari è ormai alla fine. Cosa che, già di suo, dovrebbe rendere bene l’idea sul fatto che le motivazioni sulle quali sono state costruite le due aggressioni all’Iran (il rischio dello sviluppo di un’arma atomica da parte di Teheran), in realtà, nascondano qualcosa di ben più profondo. Dunque, il futuro degli armamenti è la tecnologia IA e gli Stati Uniti, in questo campo, devono essere capaci di mantenere un primato sui diretti avversari (Cina, in primo luogo). Per frenare la Cina nella sua crescita tecnologica è fondamentale tagliare le sue catene di approvvigionamento energetico (Iran, Nigeria, Venezuela). Per valutare l’efficacia di nuovi sistemi d’arma è necessario sperimentarli direttamente sul campo di battaglia, valutando anche la loro resa di fronte a materiale fornito dal diretto rivale (ciò che la Cina garantisce all’Iran) e perfezionandoli di conseguenza. In questo senso, la follemente costosa guerra all’Iran si riduce ad un gigantesco esperimento sullo sviluppo di nuove capacità militari e sulla capacità statunitense (reale o presunta) di mantenere inalterata la propria capacità di proiezione di potenza. Ma il pensiero di Karp non si esaurisce qui. Questi appare come un convinto sostenitore di un Huntigtoniano scontro tra civiltà declinato in modo decisamente più aggressivo. Karp afferma che esistano civiltà votate a valori progressivi (superiori), ed altre a valori regressivi (inferiori). Nel confronto con esse il soft power e l’ appeal dei valori democratici si è dimostrato inconcludente: serve l’ hard power come forza di persuasione/costrizione. Per mantenere la propria superiorità egemonica progressista globale, l’Occidente (che lui, più correttamente, indica quasi esclusivamente come i soli Stati Uniti) dovrebbe essere capace di mantenere il primato nell’uso della violenza organizzata; una violenza organizzata esportabile e, dunque, funzionale a nuove forme di colonialismo (Israele nei territori occupati, ad esempio) e di imperialismo verso l’esterno. Hobson prima e Lenin poi avevano descritto l’imperialismo come lo sfruttamento del sistema militare statale da parte di privati per assicurarsi lucrosi profitti economici all’infuori dei confini dello Stato: ovvero, per dare sfogo verso l’esterno agli appetiti di accumulazione delle classi più alte. Qui, invece, lo Stato viene direttamente cooptato all’interno di un meccanismo tecno-economico che lo sovrasta; pretende la coscrizione obbligatoria di tutti per la difesa dei suoi interessi (per tutti naturalmente si intendono le classi più povere mentre i funzionari pubblici o gli uomini di governo, secondo Karp, diventano semplicemente dei meri “missionari evangelizzatori” della nuova religione laica tecnologica. Un’idea presente anche nelle teorizzazioni di un altro ideologo proveniente dalla Silicon Valley: quel Curtis Yarvin che si augura per gli Stati Uniti una “dittatura aziendale”, guidata da un “monarca” che riveste il ruolo di vero e proprio CEO di Stato. In questa “dittatura aziendale”, ovviamente, la libertà esiste solo sul piano economico, mai su quello politico. Allo stesso tempo, Karp non è estraneo alla tradizionale furbizia geopolitica che ha spesso contraddistinto molti strateghi USA (da Kissinger a Brzezinski). Il vertice di Palantir, infatti, riconosce la necessità di arrivare al riarmo di Germania e Giappone per porli come diretto ostacolo ad un eccessivo rafforzamento, rispettivamente, di Russia e Cina. I due, in altri termini (sebbene Karp non lo dica espressamente), dovrebbero essere pronti a combattere delle guerre per procura per conto del conglomerato tecno-economico USA. Le fortune di questo, infatti, dipendono anche dalla decrescita europea e nipponica (dalla loro deindustrializzazione) e dalla conseguente re-industrializzazione del territorio nordamericano. Solo in questo modo si può evitare un fastidioso pluralismo di potenze. In conclusione, merita l’apertura di una breve parentesi la pseudo teodicea messianico-apocalittica del già citato Thiel. Si è anticipato come questi, partendo da posizioni cristiane o simil cristiane, cerchi di presentare la figura di Donald J. Trump come una forza frenante (il Katechon paolino) verso la piena realizzazione di un ordine mondiale globalista guidato dalla Cina, il cui leader (Xi Jinping) viene presentato come una sorta di “nuovo Hitler” ( sic !). È noto come sia Thiel, quanto l’attuale inquilino della Casa Bianca (dal primo ampiamente finanziato in campagna elettorale), siano dei convinti sostenitori di Israele e della sua aspirazione ad una grandeur geopolitica che implica una sua espansione sia territoriale che economica. Ora, di fatto, ciò comporta il sostegno ad un progetto che ha una chiara natura messianica: quello della Grande Israele lungo i confini biblici “dal fiume d’Egitto al grande fiume” (dal Nilo all’Eufrate). L’affermazione di Israele in potenza, l’apertura dell’era messianica giudaica, per i padri della Chiesa ha storicamente rappresentato il momento di manifestazione dell’Anticristo. Ne consegue che, contrariamente a quanto sostenuto da Thiel, Trump non sta frenando nulla, ma semplicemente accelerando questo processo.

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