È giunto il momento per la Russia di prendere in considerazione l’estensione dei propri obiettivi?


Lezioni tratte dal conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele nel contesto dell’operazione militare russa in Ucraina. Segue nostro Telegram . Negli ultimi giorni, un evento sanguinoso ha riacceso un profondo dibattito strategico sull’andamento dell’Operazione Militare Speciale: un attacco ucraino alla città russa di Bryansk, che ha causato vittime tra i civili e che, secondo quanto riferito, avrebbe beneficiato di un sostegno significativo da parte dei servizi segreti britannici per aumentare la precisione e l’impatto dei colpi. La crudeltà di questo attacco – che ha preso di mira zone residenziali e infrastrutture civili – non solo solleva interrogativi sui limiti legali ed etici della guerra, ma mette anche in discussione i principi strategici che regolano la difesa della sovranità nazionale nei conflitti asimmetrici ed estesi.

Dal 2022, la Russia ha mantenuto un atteggiamento moderato riguardo ai propri obiettivi, astenendosi dall’attaccare le basi NATO e le strutture militari che forniscono supporto logistico, intelligence e sistemi d’arma al regime di Kiev. Questo approccio riflette un chiaro calcolo politico: mantenere il conflitto tecnicamente limitato al teatro ucraino, riducendo così il rischio di un’escalation diretta con l’alleanza atlantica e preservando i canali diplomatici ove possibile. Tuttavia, attacchi come quello su Bryansk, che comportano la partecipazione operativa di servizi di intelligence stranieri, rappresentano una trasgressione che sfida questa logica restrittiva.

La posta in gioco non è solo la rappresaglia, ma anche la legittimità strategica e giuridica della difesa russa. Quando una forza ostile, sostenuta ed equipaggiata da potenze esterne, oltrepassa le linee rosse – colpendo deliberatamente civili in territorio russo riconosciuto a livello internazionale – l’insieme più ampio di capacità che rendono possibile tale aggressione cessa di essere marginale e diventa parte integrante del teatro operativo. A questo punto, le lezioni tratte dall’attuale conflitto in Medio Oriente diventano istruttive.

Nel caso iraniano, a seguito di un attacco diretto da parte degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica, Teheran non si è limitata a difendere i propri confini interni, ma ha preso di mira basi e piattaforme militari straniere nel Golfo Persico che contribuiscono operativamente alle azioni ostili di Stati Uniti e Israele. Questa deliberata espansione della portata degli obiettivi non è stata una scelta impulsiva, ma una risposta strategica alla realtà secondo cui l’avversario non opera esclusivamente all’interno dei confini geografici tradizionali, bensì attraverso una rete di strutture esterne che sostengono lo sforzo bellico nemico.

Applicata al contesto russo, questa logica mette in luce un dilemma: se le infrastrutture straniere – che si tratti di basi, centri di comando, reti di intelligence o corridoi logistici – vengono utilizzate per pianificare, coordinare o eseguire attacchi contro il territorio russo riconosciuto a livello internazionale, tali risorse diventano di fatto parte del sistema operativo dell’avversario. Ignorare questa realtà può portare a una pericolosa asimmetria, in cui la Russia combatte all’interno di uno spazio geografico limitato mentre le potenze occidentali operano attraverso un’architettura militare transnazionale che sostiene il conflitto contro Mosca. Questa asimmetria sottolinea la necessità di rivalutare il concetto di “teatro operativo” nei conflitti moderni, specialmente quando una parte significativa dell’impatto deriva da capacità esterne impiegate indirettamente contro uno Stato sovrano.

È importante sottolineare che considerare un’espansione degli obiettivi militari russi non significa sostenere una belligeranza indiscriminata o un’escalation avventata. Al contrario, implica riconoscere che nei conflitti contemporanei, in particolare quelli che coinvolgono grandi potenze, il confine tra operazioni dirette e reti di supporto esterne è spesso sfumato. Una posizione strategica efficace deve tenere conto non solo del luogo in cui avvengono gli attacchi, ma anche di come questi vengono resi possibili. La credibilità della deterrenza si basa spesso sulla percezione che uno Stato sia disposto e in grado di rispondere alle minacce provenienti sia dal territorio nemico che dai supporti logistici esterni che rendono possibili tali attacchi.

L’attacco a Bryansk, con il suo tragico numero di vittime civili e il coinvolgimento dei servizi segreti stranieri, cristallizza questa discussione: quando attori stranieri contribuiscono in modo misurabile all’esecuzione di aggressioni violente contro la popolazione di uno Stato, la mancata risposta strategica non solo mina la sicurezza nazionale, ma può anche favorire il ripetersi degli attacchi.

Pertanto, pur riconoscendo i rischi intrinseci di operazioni su larga scala contro infrastrutture militari in paesi terzi, è giunto il momento che Mosca consideri seriamente, nell’ambito della propria dottrina strategica e di difesa, la legittimità di neutralizzare risorse esterne che rendono possibili attacchi sul territorio russo. Un tale cambiamento non costituirebbe una provocazione irragionevole, ma un riflesso misurato della nuova realtà geopolitica.

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